di Gabriella Di Girolamo


 

La Cervicalgia rappresenta uno dei più comuni sintomi e disturbi a carico dell’apparato muscoloscheletrico per il quale vengono richieste consulti e trattamenti sanitari nei paesi occidentali.

Oltre i due terzi della popolazione manifesta un dolore nella regione cervicale almeno una volta nel corso della vita (1-4) con periodiche remissioni e livelli variabili di recupero funzionale, con possibile conseguente disabilità nel 5% dei casi (2).

 

Definizione e classificazione

La definizione maggiormente condivisa in letteratura scientifica è quella dell’International Association for the Study of Pain (IASP) e dalla Neck Pain Task Force, precedentemente proposta dagli autori Merskey e Bogduck nel 1994 che tiene conto di un criterio anatomico secondo il quale “la cervicalgia è un dolore localizzato nella regione posteriore del rachide cervicale dalla linea nucale superiore alla linea passante per il processo spinoso della prima vertebra dorsale”. (3-5) McGuirk e Bogduck suddividono il dolore cervicale in superiore e inferiore facendo riferimento alla linea passante per i processi trasversi della quarta vertebra cervicale, introducendo in tal modo la definizione di dolore suboccipitale se localizzato tra la linea nucale superiore e la seconda vertebra cervicale.

Pertanto un dolore cervicale superiore può essere riferito in regione occipitale con possibilità di irradiazione alla regione frontale orbicolare, mentre un dolore cervicale inferiore si localizza al di sotto della quarta vertebra cervicale con localizzazione verso le spalle e regione inter scapolare (Bone and joint Decade 2000-2010).

Altro tipo di classificazione proposta dalla IASP si basa sulla variabile temporale, definendo la cervicalgia acuta quella che si risolve entro 7 giorni, una subacuta in cui sintomi persistono tra i 7 giorni 3 mesi, cronica quando perdura da più di 3 mesi.

La Neck Pain Task Force propone una classificazione clinica in quattro gradi variabili in base alla presenza del sintomo cervicalgia associato o meno a limitazioni nella vita quotidiana, segni e sintomi di interessamento radicolare o di patologie più serie come fratture, tumori, infezioni.

Nella comune pratica clinica si utilizza la definizione di cervicalgia specifica quando l’eziopatogenesi è nota, mentre il disturbo viene definito aspecifico quando la causa non è identificabile; quest’ultima rappresenta la condizione di più frequente riscontro.
Ulteriori classificazioni proposte da altri Autori si basano invece sulla presenza di eventuali fattori scatenanti quali associazione colpo di frusta, dolore occupazionale, sport-correlato e dolore aspecifico (5).

 

Prevalenza

I dati presenti in letteratura, seppure eterogenei, riportano una prevalenza nella popolazione del 30- 50%, l’incidenza annuale in aumento e le donne sono le più colpite, con un picco nella quarta e quinta decade (3-4); in Europa la cervicalgia cronica colpisce tra il 10 e il 20% della popolazione e costituisce un’importante fonte di disabilità (IASP, 2013).
Per il dolore cervicale con associata disabilità la prevalenza annuale nella popolazione generale viene riportata dal 2 all’11% e dall’11 al 14% nei lavoratori che presentano limitazioni nelle attività di vita quotidiana a causa del dolore (6-7).

Sebbene la storia naturale del dolore cervicale sia favorevole in una alta percentuale di casi, con decorso benigno soprattutto nella fase acuta, vengono riportati dati relativi alla possibilità di riacutizzazioni e di decorso cronico che impattano in maniera rilevante in termini di spesa sanitaria e di assenza lavorativa.

La Fondazione europea per il miglioramento delle condizioni di vita di lavoro fornisce dati relativi alla percentuale di dolore cervicale (25%) riferito dai lavoratori, con variabilità nei diversi paesi in relazione ai diversi fattori di rischio presenti.

 

Eziologia e fattori di rischio

L’eziologia del dolore cervicale è multifattoriale e vengono descritti fattori non modificabili (età, sesso, familiarità, fattori genetici, condizioni generali di salute, coesistenza di lombalgia, pregressi esiti traumatici) e fattori modificabili (atteggiamenti posturali prolungati in flessione del capo, fattori psico-sociali e comportamentali, fumo, sedentarietà).

In particolare vengono ritenuti rilevanti come fattori di rischio per la comparsa del dolore cervicale il sesso femminile, bassi livelli di scolarità, scarso supporto sociale e lavorativo.

I fattori di rischio possono assumere anche un valore prognostico, in quanto svolgono un ruolo influente nel favorire o ritardare le recidive (1-3-8-9).

In letteratura particolare attenzione viene posta agli aspetti psico-sociali in ambito lavorativo e non, ritenuti fortemente predittivi per il dolore cervicale cronico, soprattutto per quanto concerne alti livelli di stress psicologico, ambiente lavorativo ostile, insicurezza sul lavoro, forte percezione di tensione muscolare, umore depresso (5-7-16).

Alcuni autori riportano una correlazione tra atteggiamento cognitivo correlato al dolore (catastrofizzazione, ipervigilanza e paura), e alti livelli di disabiltà e dolore stesso (13).

Controverse le evidenze in letteratura in merito al ruolo delle  modificazioni degenerative a carico dei diversi elementi che compongono il rachide cervicale come fattore di rischio e fonte primaria di dolore; le principali strutture innervate ivi presenti, (muscoli, legamenti, articolazioni e radici nervose), possono essere fonte di algia e le diverse condizioni patologiche  e disfunzioni a carico di tali strutture vengono ritenute responsabili del dolore.

Le più comuni condizioni patologiche di riscontro clinico sono la degenerazione artrosica, le discopatie, la sindrome da disfunzione delle faccette articolari,(15)  fino a condizioni di interessamento del canale midollare come nelle mielopatie cervicali da spondilosi con maggiori implicazioni nel dolore cronico e nelle radicolopatie cervicali.

Spesso però non vi è correlazione tra l’entità del quadro degenerativo e il dolore stesso.

Gli autori Ahmed e Modic (14) ritengono che vi sia una interazione tra i fattori eziologici, le alterazioni degenerative individuabili attraverso l’imaging e i meccanismi che sottendono al dolore.

Un fattore di rischio di interesse attuale è quello della postura flessa del capo, mantenuta per tempo prolungato anche a causa dell’uso di smartphone e tablet, con incremento dell’angolo cranio cervicale e conseguente sovraccarico funzionale sui muscoli erettori spinali, sulle strutture cervicali e modificazione dell’assetto della fisiologica lordosi cervicale (30-31-32)

Risulta pertanto evidente come sia fondamentale, ai fini preventivi e terapeutici, agire sui fattori modificabili, soprattutto per quanto concerne gli stili di vita sedentari o il mantenimento di posture errate prolungate nel corso delle attività di vita quotidiana e/o lavorative e sui fattori psicosociali (stress, ansia, percezione dello stato di salute e del dolore).

 

Sintomi

Il dolore rappresenta il sintomo principale nella cervicalgia e può essere riferito nella regione del collo, esteso verso il capo o in basso verso le spalle, con possibilità anche di coinvolgimento degli arti superiori. Come già sottolineato il dolore può originare da tutte le strutture innervate quali ossa muscoli e radici nervose, e può assumere delle caratteristiche diverse a seconda della causa che lo ha generato.

Data la rilevanza della cronicità del dolore nelle disfunzioni cervicali, i meccanismi fisiopatologici che ne sono alla base sono oggetto di studio, con l’ipotesi che si instaurino fenomeni di sensibilizzazione a livello del sistema nervoso centrale (17) a seguito di un’alterata trasmissione ed elaborazione di input nocicettivi a partire dalle strutture muscolo-scheletriche coinvolte da meccanismi lesivi e/o infiammatori. Alcuni autori (18) descrivono nuovi interessanti approcci terapeutici in tal senso, quali programmi educativi definiti PNE Pain Neuroscience Education, attraverso i quali il paziente viene aiutato a rielaborare i contenuti cognitivi dell’esperienza “dolore”, che nella condizione di cronicità è condizionata da processi affettivi, motivazionali e cognitivi propri della persona.

Tali approcci si mostrano efficaci se affiancati a programmi specifici di esercizio terapeutico di controllo motorio a target cognitivo e sempre nell’ottica di un approccio multimodale, con positivi riscontri funzionali e psicosociali.

Di comune riscontro clinico è il dolore di pertinenza muscolare, che può manifestarsi con uno stato di tensione e contrattura, con la eventuale presenza di aree estremamente irritabili nodulari e dolorose definite dall’autore Simons (29) “trigger”, espressione di un coinvolgimento miofasciale, la cui stimolazione può indurre anche una sensazione dolorifica proiettata a distanza.

I muscoli della regione cervicale e capo maggiormente coinvolti sono i trapezi superiori, lo sternicleoidomastoideo, i muscoli spleni e suboccipitali e l’elevatore della scapola;

Il dolore muscolare può essere la conseguenza di una costante sollecitazione legata ad esempio ad una alterata biomeccanica e a posture scorrette protratte nel tempo; più comunemente nella cervicalgia traumatica rappresenta una risposta alla ipersollecitazione con finalità protettiva.

Il dolore di provenienza muscolare può essere la conseguenza di disequilibri funzionali, propriocettivi e del controllo motorio, con frequente riscontro clinico di rigidità e contratture a carico dei muscoli deputati all’azione antigravitaria e alla stabilizzazione posturale e debolezza dei muscoli fasici deputati al movimento.

Sono descritte largamente in letteratura alterazioni a carico del pattern di attivazione dei muscoli flessori profondi cervicali nei soggetti affetti da dolore cronico, con ripercussioni sulla loro azione stabilizzatrice e di mantenimento di adeguata lordosi cervicale, con conseguente sovraccarico funzionale dei muscoli flessori superficiali come meccanismo compensativo (1-19).

Al dolore si possono accompagnare ulteriori segni e sintomi:

  • Rigidità articolare, rigidità mattutina riferibile maggiormente alle forme da patologia degenerativa artrosica
  • Limitazione del range di movimento del tratto cervicale e spesso coinvolgimento del tratto dorsale, più spesso riferito nei movimenti di rotazione ed inclinazione del collo
  • Rumori e scrosci articolari
  • Parestesie e/o disestesie irradiate agli arti superiori in caso di interessamento delle radici nervose, riferito come sensazione di bruciore, formicolio o sensazione di scosse
  • Cefalea, nausea e disturbi visivi e fotofobia possono essere presenti nella cefalea cervicogenica
  • Possono essere associati disturbi del sonno e disturbi di ansia e limitazioni e difficoltà nell’eseguire le attività di vita quotidiana
  • Il quadro clinico appare più complesso nelle forme croniche post traumatiche (colpo di frusta), nelle quali al dolore si affiancano sintomi come cefalea e vertigini, senso di instabilità, disturbi dell’attenzione e concentrazione, considerati a forte componente somatica e psicologica
  • Acufeni e disturbi dell’articolazione temporo-mandibolare possono accompagnare il dolore cervicale

 

Valutazione e diagnosi

Uno degli obiettivi della valutazione clinica e riabilitativa è quello di riuscire a sottoclassificare il paziente e a individuare, attraverso un’adeguata raccolta della storia del soggetto e un attento esame fisico, le eventuali possibili cause del dolore cervicale e delineare inoltre un profilo globale che tenga conto di tutti gli aspetti coinvolti; appare importante quantizzare l’impatto del dolore in termini di limitazione delle attività e della partecipazione, secondo i principi dell’approccio bio-psico-sociale, e permettere di individuare un percorso di cura individualizzato.

Anamnesi: permette di ottenere informazioni circa condizioni di salute pregresse e recenti che potrebbero essere in relazione con il dolore cervicale; ma soprattutto permette di indagare sulle caratteristiche del dolore, relativamente alla sua modalità di insorgenza, tipologia, sede e manifestazione temporale per potersi orientare verso una possibile causa.

Vanno inoltre ricercate le eventuali cosiddette “red flags”, ossia quei segni e sintomi correlati con patologie di rilievo come neoplasie, infezioni, fratture e condizioni sistemiche, le quali richiederebbero un percorso diagnostico e terapeutico differente.

Alcune tra le più importanti red flags:

  • Dolore ingravescente, continuo con persistenza anche notturna che non passa con il riposo
  • Segni neurologici non compatibili con la cervicalgia (perdita di forza agli arti, problemi sulla funzione vescicale e/o intestinale, deficit nel cammino)
  • Febbre associata a cefalea e vomito
  • Perdita di peso inspiegata
  • Osteoporosi
  • Algie diffuse a più articolazioni e gonfiore suggestivi di malattie reumatiche.

 

Vengono invece definite come “yellow flags” tutti quei fattori individuali, psicosociali e occupazionali estremamente rilevanti nella cervicalgia.

  • Comportamenti di paura-evitamento al dolore con riduzione dei movimenti e delle attività svolte
  • Problematiche correlate all’ambiente lavorativo
  • Capacità individuali di mettere in atto strategie adattative al dolore

Pertanto è fondamentale ricercare nel colloquio con il paziente informazioni relative al suo stato sociale, agli stili di vita, alle condizioni lavorative e soprattutto al tipo di lavoro svolto, per evidenziare fattori di rischio posturali e/o fattori legati all’ambiente lavorativo stesso; individuare situazioni di rischio legate a stress o ansia e atteggiamento nei confronti del dolore stesso, che possano amplificare la disabilità che ne deriva.

Scale di valutazione e questionari autosomministrabili validati, come il Neck Disabilty Index e la Neck Pain Disability Scale (23-24) permettono di ottenere una valutazione multidimensionale del dolore e della disabilità.

 

Esame clinico

Una volta concluso il colloquio e dopo aver raccolto tutte le informazioni necessarie relative alle caratteristiche del dolore si procede con una valutazione clinica e funzionale che include:

  • Valutazione ispettiva del paziente in piedi per valutarne gli atteggiamenti posturali del capo e del collo e dell’intero rachide, ricercando soprattutto quelle posture spesso correlate al dolore cervicale, quale l’anteposizione del capo, valutando anche l’assetto posturale globale. Spesso le cervicalgie sono correlate ad alterazioni del tratto dorsale e del cingolo scapolo omerale in caso di ipercifosi dorsale e sindrome da conflitto.

 

  • La palpazione permetterà di valutare i tessuti molli e muscolari e di apprezzarne le contratture e la consistenza e individuare aree trigger o tender point. dei principali muscoli coinvolti sia cervicali che del cingolo scapolo toracico; possono essere valutate inoltre le strutture ossee per evidenziarne delle disfunzioni e dolorabilità.

 

  • Il bilancio articolare permette di valutare l’escursione articolare attiva e passiva nei diversi movimenti possibili a livello del rachide cervicale (flesso-estensione, inclinazione e rotazione), ponendo attenzione all’eventuale comparsa di dolore e alla presenza di limitazioni nell’ampiezza del movimento e rigidità localizzate.
    Inoltre è utile valutare anche la mobilità del tratto dorsale della colonna, essendo funzionalmente correlata a quella cervicale, soprattutto per evidenziare condizioni di sovraccarico meccanico del tratto cervicale legato ad alterazioni come l’ipercifosi dorsale.

 

  • Il bilancio della forza permette di valutare l’azione della muscolatura cervicale e di individuare deficit del pattern di attivazione e dissinergie spesso riscontrate nel dolore cervicale, e consta di test valutativi di forza e resistenza dei principali muscoli cervicali implicati nella stabilità del rachide. (25)

 

  • Esame neurologico raccomandato al fine di evidenziare segni sospetti di patologia non di pertinenza cervicale e quando si sospetta un coinvolgimento radicolare cervicale e in tal caso vengono somministrati ai pazienti i cosiddetti test provocativi, (9) che possono permettere di distinguere il livello di compressione delle strutture nervose. Alcuni di questi test vengono utilizzati per differenziare il quadro della cervicalgia e cervicobrachialgia con una Sindrome frequente soprattutto nelle donne tra i 20-40 con postura astenica, la Sindrome dello Stretto Toracico che presenta sintomi comuni quali dolore, parestesie e debolezza agli arti superiori, ma che ha genesi compressiva vascolo-nervosa.
    A completamento dell’esame neurologico vengono valutati i riflessi osteotendinei e il tono muscolare.

 

  • Gli esami diagnostici a completamento e conferma dei sospetti clinici.
    La radiografia standard nelle proiezioni antero-posteriore e latero-laterale rappresenta un esame di prima scelta per valutare condizioni come la spondiloartrosi, scivolamenti vertebrali, lesioni fratturative o instabilità. In quest’ultimo caso possono essere integrate con ulteriori proiezioni come quelle dinamiche in flesso estensione.Esame TAC e TAC mielografia è la scelta nei traumi o sospetto di frattura e può essere di aiuto per distinguere osteofiti (segni di artosi) e anomalie dei tessuti molli (9).
    La RMN permette di studiare i tessuti molli e il midollo. La letteratura e le linee guida raccomandano l’uso della RMN solo nei casi in cui si sospetti una condizione di compressione radicolare o midollare (ernia discale, stenosi del canale) o nel sospetto clinico di patologie di rilievo. Pertanto non è raccomandato l’uso routinario, in quanto spesso non vi è concordanza tra i segni di sofferenza discale su base degenerativa e la presenza di sintomi di dolore cervicale.Ulteriore indagine diagnostica per confermare una cervicalgia con interessamento radicolare è l’elettromiografia e lo studio della conduzione nervosa che permettono di identificare la radice nervosa interessata e determinarne il tipo di danno.

    In caso di cervicalgia con compromissione midollare come nelle stenosi del canale, alla RMN possono essere affiancati esami neurofisioloigici come i Potenziale Evocati che studiano le vie di conduzione motorie e sensitive.

 

Trattamento medico e riabilitativo

Nelle forme di cervicalgia acuta, sia specifica che aspecifica, l’approccio terapeutico elettivo inziale è quello farmacologico per il controllo e risoluzione del dolore. I farmaci maggiormente raccomandati dalle diverse linee guida sono il paracetamolo, gli antinfiammatori non steroidei come prima scelta, mentre l’uso dei cortisonici è indicato per lo più nelle forme di cervicalgia con segni di irradiazione da compressione radicolare o nelle forme di persistenza delle algie o di resistenza ai FANS.

Ulteriori farmaci utilizzati nella pratica clinica sono i miorilassanti e oppioidi nei casi più gravi.

Secondo le evidenze scientifiche l’approccio farmacologico deve essere in ogni caso limitato nel tempo e viene raccomandato di affiancare all’iniziale trattamento medico un percorso riabilitativo multimodale (1-11), con l’obiettivo di rassicurare il paziente circa la benignità della sua condizione, di favorire il più possibile compatibilmente con il dolore uno stile di vita attivo, istruendolo all’utilizzo di idonee strategie mirate ad evitare l’esacerbazione del dolore. Le raccomandazioni di buona pratica clinica prevedono infatti programmi terapeutici che limitino i danni da immobilità prolungata e che stimolino il paziente alla ripresa precoce delle normali attività lavorative e di vita quotidiana.

A tal proposito relativamente all’uso di presidi come un collare morbido nella fase acuta di dolore cervicale, non vi sono dell’evidenza in letteratura che mostrino un’efficacia sul dolore e sul range di movimento nei casi di dolore acuto da colpo di frusta (10), seppure raccomandato per il sollievo nel dolore radicolare a breve termine. (8)

Nel contesto di un approccio multimodale in fase sia acuta che cronica possono essere utilizzati diversi mezzi fisici a scopo antalgico:

  • TENS
    elettroterapia antalgica che agisce attraverso un’inibizione di origine periferica di stimoli nocicettivi e una modulazione delle vie nervose del dolore e attraverso la liberazione di sostanze oppioidi endogene.
    Il trattamento prevede l’applicazione di elettrodi nella sede interessata, secondo dei protocolli specifici, e a seconda della combinazione dei parametri di intensità e frequenza di stimolazione si possono ottenere i suddetti effetti di controllo sul dolore. Si tratta di una terapia efficace sul dolore, priva di effetti collaterali e con scarse controindicazioni (pacemaker, gravidanza, turbe del ritmo cardiaco), maneggevole e a bassi costi.
  • SCRAMBLER THERAPY
    forma innovativa di elettroterapia antalgica che rispetto alla tradizionale analgesia o elettroanalgesia, utilizza il principio attivo di non inibire la trasmissione del dolore, ma di sostituire il dolore con informazioni sintetiche di “non dolore”.
    Per questa ragione è possibile l’effetto di immediato azzeramento del dolore durante il trattamento, e la progressiva rimodulazione del sistema dolore nella ripetizione dei trattamenti che costituiscono il ciclo statisticamente necessario per ottenere dei follow up di successo.
    Nell’ambito del dolore cervicale le indicazioni al trattamento sono la cronicità del dolore e la presenza di una componente neuropatica del dolore, pertanto è indicata prevalentemente nelle cervicalgie croniche e nelle cervicobrachialgie.
  • LASERTERAPIA
    viene raccomandata da alcune linee guida a scopo antalgico e antinfiammatorio, attraverso diversi effetti biologici (fotochimico, fotomeccanico, fototermico) a seguito dell’interazione con i tessuti trattati e grazie alle caratteristiche di intensità e potenza tipiche di alcune apparecchiature (YAG pulsato).
    Nelle cervicalgie le raccomandazioni sono sempre riferite in associazione a ulteriori trattamenti riabilitativi e con evidenze di efficacia sia nel dolore acuto che cronico a breve termine (8-12).
  • TECAR
    terapia fisica che sfrutta un meccanismo di trasferimento di energia ai tessuti da trattare, attraverso due modalità di azione, capacitiva e resistiva, rispettivamente indicate per i tessuti superficiali e vascolarizzati e per quelli più profondi densi e fibrosi. I principali effetti fisiologici sono quello antalgico, effetto su diverse funzioni cellulari, azione vasodilatatoria che contribuisce alla eliminazione di cataboliti dell’infiammazione, azione riparatrice.
    Un ciclo di trattamento prevede dalle 5 alle 10 sedute.

 

Per quanto concerne l’approccio riabilitativo alla cervicalgia cronica, sono diversi gli interventi terapeutici possibili, con obiettivi specifici per ogni singolo paziente, ma con una metodologia che permetta di considerare lo stato di salute come un continuo processo di adattamento dell’individuo all’ambiente in cui vive.
Pertanto i diversi programmi riabilitativi dovranno mirare non solo al controllo e alla riduzione del dolore, al recupero della mobilità del rachide, ma anche al recupero della funzione e delle abilità compromesse dal dolore stesso.

Un approccio più moderno alla cervicalgia è quello proposto dalla Task Force on Neck Pain che fa riferimento ai principi della struttura del modello di salute proposto dall’ICF (classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute OMS 2001), (22) con particolare attenzione all’impatto che la disabilità comporta sull’attività e sulla partecipazione, agli innumerevoli fattori ambientali e personali che influenzano l’insorgere, il decorso e le conseguenze della cervicalgia.

Gli approcci riabilitativi da adottare per il trattamento conservativo della cervicalgia descritti in letteratura sono svariati; diversi studi e revisioni ne supportano i benefici, seppure le evidenze scientifiche risultino controverse. Ciò che emerge di rilevante è che i maggiori benefici vengono riportati nell’associazione delle diverse strategie terapeutiche.

Lo strumento di trattamento riabilitativo più comune rimane l’esercizio terapeutico mirato a favorire non solo la riduzione del dolore, ma a migliorare il range articolare, la mobilità segmentale e globale del rachide, migliorare la forza e la resistenza muscolare, la propriocezione e il controllo motorio.

In considerazione delle citate disfunzioni a carico della muscolatura cervicale vengono raccomandati nella pratica riabilitativa

  • Esercizi di allungamento nei confronti di quei gruppi muscolari cervico scapolo toracici più spesso sollecitati e contratti (fasci superiori trapezio, scaleni, elevatore scapola) ed esercizi di incremento della forza e della resistenza muscolare per i muscoli stabilizzatori come i flessori cervicali profondi (20) e di recupero della coordinazione.
  • Esercizi di coordinazione e di controllo del corretto reclutamento motorio e di training posturale
  • Esercizi che favoriscono il recupero della mobilità nei piani dello spazio e della flessibilità del rachide cervicale, limitando i compensi e favorendo il recupero del gesto motorio nelle attività di vita quotidiana
  • Esercizi di coordinazione cranio oculari
  • Esercizi mirati a ridurre le posture flesse del capo
  • Programmi di esercizi domiciliari in un’ottica di autotrattamento dopo opportuno trainig riabilitativo e svolgimento di adeguata attività fisica regolare possono avere influenza sul dolore e sulla qualità di vita e sulle riacutizzazioni.

 

In letteratura emerge che i benefici maggiori dei programmi riabilitativi con esercizio terapeutico, in termini di riduzione del dolore e della disabilità e del miglioramento della funzione, si ottengono con l’integrazione e combinazione dei diversi esercizi (6-21-9).

Un ulteriore approccio riabilitativo alle problematiche cervicali è la terapia manuale, che prevede l’utilizzo di diverse tecniche rivolte al trattamento dei tessuti molli e muscolari come il massaggio e rilascio miofasciale, tecniche di mobilizzazione e di manipolazione segmentarie finalizzate a favorire la fisiologica ampiezza del movimento articolare e ridurre il dolore.

Si raccomanda un approccio combinato di tecniche di terapia manuale con programmi di esercizio terapeutico, soprattutto per le forme croniche. (8-26).

In definitiva nella pratica clinica il paziente con cervicalgia va approcciato in un’ottica globale e multidisciplinare, soprattutto per quanto concerne il dolore cronico. Ai diversi percorsi terapeutici descritti, vanno affiancati dei programmi di sostegno ed educazione, quali la terapia cognitivo-comportamentale (27-28) che permette una rielaborazione dei contenuti del dolore stesso, aiutando il paziente a mettere in atto strategie di adattamento e di tolleranza, limitando l’evitamento al movimento e l’impatto della disabilità sulle attività di vita quotidiana.

 

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Bibliografia

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