di Alice Montanaro


Filofobia e Fobie Specifiche

Il termine filofobia, in inglese “philophobia”, deriva dal greco “φιλος” (amore) e “φοβία” (fobia) e fa riferimento alla paura o ansia eccessive, persistenti e ingiustificate di innamorarsi o amare una persona.
Rientra nella categoria delle fobie specifiche che, secondo il DSM V (APA, 2013), sarebbero caratterizzate dai seguenti criteri diagnostici:

  1. Paura e/o ansia marcate verso oggetti o situazioni specifici;
  2. La situazione e l’oggetto fobici causano quasi sempre un senso di paura e/o ansia;
  3. Gli oggetti o situazioni fobici sono evitati oppure sopportati con grande difficoltà;
  4. La paura e l’ansia provate sono sproporzionate rispetto al reale pericolo determinato dall’oggetto e situazione specifici;
  5. Per la diagnosi è necessario che i sintomi siano presenti per almeno sei mesi;
  6. I sintomi causano disagio clinicamente significativo o calo del funzionamento personale, sociale e lavorativo.

Per la diagnosi di fobia specifica, è indispensabile che la condizione non sia giustificata da altri disturbi mentali, come disturbi psicotici, disturbo ossessivo-compulsivo o altri disturbi d’ansia.

A livello fisiologico, in seguito alla vista dell’oggetto o nel momento della situazione fobica (ma anche all’immaginazione/idea di imbattersi in essi (Craske et al., 2011)), le persone con fobia specifica possono presentare diversi sintomi come:

  • Tachicardia
  • Sudorazione eccessiva
  • Nausea
  • Disturbi gastrici e diarrea
  • Senso di soffocamento

Gli individui con filofobia ad esempio, possono manifestare questi sintomi anche semplicemente pensando di potersi legare a qualcuno. In altri casi invece, questi possono comparire durante la vita di coppia, per cui gli individui filofobici sarebbero portati a riferire di sentirsi oppressi e quindi a fare costanti richieste di maggiore autonomia (Veneruso, 2019).

Filofobia: manifestazioni cliniche

La filofobia si manifesta come profonda paura non solo di amare, ma anche di essere amati, pertanto non è errato interpretare il disturbo come fobia del legame affettivo in sé. Le persone filofobiche hanno paura di instaurare relazioni alla cui base vi siano emozioni reali e quindi provano profonda angoscia quando un rapporto diventa duraturo

Veneruso, 2019

La relazione, che quindi rappresenterebbe l’oggetto fobico, è vissuta come minacciosa.
Alcuni individui possono evitare tutte le situazioni che li coinvolgono sentimentalmente; altri possono impegnarsi in una relazione da cui cercheranno di fuggire solo in seguito. Altri ancora possono avere paura ad approcciare all’altra persona perché vista come un potenziale pericolo per la propria stabilità emotiva, come se amore fosse obbligatoriamente sinonimo di dolore.

Va precisato che gli individui filofobici ricercano la vicinanza affettiva anche se poi non riescono a gestirla: questo li distingue dagli individui anaffettivi (che invece non desiderano una relazione non perché temono il sentimento, ma perché non riescono a provarlo).
Tale distinzione è fondamentale perché gli individui che hanno paura d’amare sentono il bisogno d’affetto anche se poi lo temono, infatti i sintomi compaiono quando il legame si stabilizza e quindi quando si verifica realmente la possibilità di lasciarsi realmente andare al sentimento.

Cause della Filofobia

La filofobia può svilupparsi in vari modi: il fattore scatenante potrebbe essere un evento traumatico, come la fine di una relazione d’amore. A questo punto, l’individuo sarebbe portato ad associare lo stimolo che ha causato dolore (la fine del rapporto sentimentale) con la sensazione di malessere, per cui il legame affettivo in sé diventa oggetto fobico e la persona “apprende” ad averne timore.

Per quanto invece concerne i fattori predisponenti, come le altre fobie specifiche, la filofobia sarebbe dovuta all’interazione tra fattori genetici e fattori di tipo ambientale. Infatti, il fatto che più persone nella stessa famiglia possano manifestare sintomi o disturbi d’ansia, significa che loci genici specifici siano coinvolti (Mancini et al., 2011).
Anche i fattori ambientali hanno un loro peso, infatti, molte delle esperienze che l’individuo vive da adulto sono influenzate dal rapporto con i genitori e dallo stile di attaccamento con la figura materna (o di chi ne fa le veci). Sembra che le persone filofobiche siano caratterizzate da uno stile di attaccamento di tipo insicuro evitante, per cui sperimentano che l’altro (il genitore all’inizio e il partner in seguito) non sia emotivamente disponibile e quindi non sia affidabile, per cui è preferibile diventare autonomi, indipendenti e autosufficienti (Veneruso, 2019).
La paura di rivivere l’abbandono emotivo può quindi portare ad abbandonare per primi. È bene precisare tuttavia che lo stile di attaccamento insicuro evitante potrebbe rappresentare un fattore di rischio per lo sviluppo della filofobia, ma non è sufficiente da solo a scatenare l’insorgenza del disturbo.

Altri fattori predisponenti possono altresì essere l’aver subito violenza fisica e/o sessuale e altre esperienze traumatiche precoci. Anche i fattori socio-culturali possono esercitare un loro peso, basti pensare a quelle culture in cui non è possibile scegliere il partner sulla base dei propri sentimenti, ma i matrimoni sono organizzati dalle famiglie di origine. In queste culture, l’amore può facilmente essere associato alla colpa e quindi fuggito.

Ai fattori scatenanti e predisponenti, si associano poi i fattori di mantenimento, ovvero quelle condizioni che contribuiscono a mantenere e cronicizzare un disturbo, Ad esempio, frequentare gruppi dei pari che allo stesso modo non hanno una relazione stabile può contribuire a mantenere la paura di amare. Inoltre, le persone filofobiche possono ottenere un vantaggio secondario dal mantenimento della condizione. Ad esempio, se non trovare un partner spinge la famiglia di origine a rassicurare e confortare l’individuo, quest’ultimo potrebbe auto-sabotarsi per mantenere la vicinanza affettiva con gli altri significativi della sua rete sociale più stretta.

La paura di amare in Terapia

Amare è sicuramente un’esperienza profonda che richiede di mettersi in gioco e mostrare gli aspetti più nascosti della propria persona, accettando di poter essere vulnerabili.
Può fare paura, ma in condizioni normali, dopo una prima fase di insicurezza emotiva, il timore diminuisce per permettere alla relazione di evolvere (Alberoni, 2012).
Quando invece la paura diventa eccessiva, persistente e invalidante, riducendo la qualità della propria vita e/o di quella di coppia, diventa necessario richiedere un intervento.
Tra le tipologie di trattamento attualmente disponibili, si possono ricordare:

  • Desensibilizzazione sistematica: si tratta di una tecnica che richiede l’esposizione graduale allo stimolo fobico, in questo caso persone di cui ci si potrebbe innamorare (Davison, 1968).
  • Psicoeducazione, training di assertività e potenziamento dell’autostima: le persone con filofobia presentano spesso cattiva autostima, hanno paura di esporsi, temono il giudizio altrui e non sono consapevoli delle ragioni per cui evitano le relazioni. A tal proposito, percorsi terapeutici che mirino a migliorare autostima, senso di autoefficacia, capacità comunicative così come l’insight sulle proprie difficoltà possono rivelarsi particolarmente efficaci.
  • Terapia cognitivo-comportamentale (CBT): la CBT rappresenta il gold standard per il trattamento delle fobie specifiche e dei disturbi d’ansia. Aiuta a riconoscere le interpretazioni errate di stimolo e di minaccia e a sostituirle con processi di pensiero più adattivi e flessibili (Otte, 2011).

Le tecniche di intervento di cui sopra sono solo alcune di quelle che possono essere impiegate nel trattamento della filofobia e possono essere utilizzate sia singolarmente che in forma combinata. Ad esempio, particolarmente efficace è l’integrazione della CBT e di tecniche comportamentali come la terapia di esposizione.

Per contattare gli psicoterapeuti per il trattamento della filofobia:

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Bibliografia

Alberoni, F. (2012). Il mistero dell’innamoramento. Bur.

American Psychiatric Association (2013). DSM-5. Raffaello Cortina Editore: Milano.

Craske, M. G., Rauch, S. L., Ursano, R., Prenoveau, J., Pine, D. S., & Zinbarg, R. E. (2011). What is an anxiety disorder?. Focus, 9(3), 369-388.

Davison, G. C. (1968). Systematic desensitization as a counterconditioning process. Journal of Abnormal Psychology, 73(2), 91.

Fromm, E. (2000). The art of loving: The centennial edition. A&C Black.

Ghezzani, N. (2012). La paura di amare. Capire l’anoressia sentimentale per riaprirsi alla vita (Vol. 235). FrancoAngeli.

Mancini, F., Gragnani, A., & Paradisi, G. (2011). Un modello cognitivo del disturbo di panico e dell’agorafobia: aspetti psicopatologici e trattamento. Un modello cognitivo del disturbo di panico e dell’agorafobia: aspetti psicopatologici e trattamento, 36-54.

Otte, C. (2011). Cognitive behavioral therapy in anxiety disorders: current state of the evidence. Dialogues in clinical neuroscience, 13(4), 413.

Tavormina, R. (2014). Why are we afraid to love. Psychiatria Danubina26(1), 178-183. Veneruso, D. (2019). Philophobia e philoterapia: Paura di amare. FrancoAngeli