di Erica Montinari


L’isolamento sociale e la solitudine minano il benessere psico-fisico delle persone; essi dipendono da come la persona valuta la sua rete sociale ossia la disponibilità, la quantità e la qualità di amici e familiari che possono fornire supporto emotivo e strumentale, ovvero intervenire attivamente per risolvere un problema.

Sentirsi soli o isolati può avere influenze negative sia fisiche che mentali a causa dello stress prolungato a cui la persona è sottoposta (Cacioppo & Hawkley, 2003; Cornwell & Waite, 2009).

La solitudine è la valutazione soggettiva della propria rete sociale e, in particolare, la sensazione di non avere persone con cui connettersi; è un’esperienza emotiva dolorosa di discrepanza tra la rete sociale effettiva e quella desiderata.

L’isolamento sociale è oggettivo in quanto consiste nell’avere una rete sociale insufficiente, misurata per quantità e qualità delle interazioni sociali, frequenza di contatto con gli altri e dal supporto che la persona può ricevere (De Jong, Gierveld & Havens, 2004).

La solitudine e l’isolamento sociale variano nel corso della vita in base allo stadio evolutivo in cui la persona si trova; infatti i giovani sono più sensibili all’ampiezza della rete sociale in quanto segno di inclusione, affermazione personale e autostima.

L’isolamento sociale nei bambini e negli adolescenti

Rubin nel 1982 ha proposto una distinzione tra due processi causali che sono alla base della mancanza di interazione sociale dei bambini:

1. L’isolamento attivo
ovvero il processo mediante il quale alcuni bambini trascorrono del tempo da soli poiché i loro coetanei li rifiutano e li isolano attivamente, a causa di comportamenti come aggressività, impulsività e immaturità sociale, così come per fattori di somiglianza sociale tra cui appartenenza a minoranze, interessi e inclinazioni che si differenziano da quelli della maggior parte del gruppo di pari (Rubin & Mills 1988; Rubin et al. 2006a).

2. Il ritiro sociale
si riferisce, invece, all’isolamento del bambino dal gruppo di pari; questo deriva da fattori interni come ansia sociale, autostima negativa e difficoltà nelle abilità sociali (Rubin & Asendorpf 1993) per cui è l’individuo stesso ad evitare il confronto con gli altri.

Il ritiro sociale nell’infanzia può incidere sull’autostima, sulla solitudine, il rifiuto, la vittimizzazione, l’ansia e la depressione.

Alcune ricerche hanno identificato la presenza di collegamenti tra l’inibizione nella prima infanzia e lo sviluppo di disturbi d’ansia (in particolare la fobia sociale) e depressione (Bell-Dolan et al.1993, Rubin et al.1995) in adolescenza ed età adulta (Schwartz et al. 1999, Van Ameringen et al. 1998).

I ricercatori hanno altresì individuato che tra i fattori di mantenimento del ritiro sociale vi siano lo stile genitoriale, la qualità del rapporto genitore-figlio e la qualità delle relazioni tra pari.

Avere un genitore che percepisce il bambino vulnerabile e in pericolo e quindi mette in atto uno stile genitoriale eccessivamente controllante, prudente e protettivo, mina l’esplorazione ambientale del bambino e favorisce i comportamenti di ritiro sociale.

Per i bambini evitare l’interazione sociale può servire a ridurre l’attivazione fisiologica dovuta all’ansia.

Il comportamento evitante fa diminuire l’ansia perciò incentiva il ritiro sociale e l’evitamento, di conseguenza sarà rafforzata la probabilità di recidiva in un ciclo che si auto-alimenta (Crozier e Alden, 2005).

Le conseguenze

Durante la vita sociale, i bambini socialmente isolati hanno più probabilità rispetto ai loro coetanei di sperimentare un rifiuto da parte dei pari (Chen et al.2006, Nelson et al.2005, Rubin e Krasnor 1986, Stewart e Rubin 1995).
Questi ragazzi incolpano sé stessi per i loro problemi relazionali (Graham & Juvonen 2001) interiorizzando sentimenti negativi come bassa autostima e umore depresso (Garnefski et al.2005, Reijntjes et al. 2006).

Alcune ricerche hanno riscontrato differenze tra i sessi, infatti il ritiro sociale comporterebbe un costo maggiore per i ragazzi, che, a partire dalla prima infanzia, hanno maggiori probabilità di essere esclusi e rifiutati rispetto alle ragazze (Coplan et al.2004, Coplan & Arbeau 2008, Gazelle & Ladd 2003).

L’isolamento sociale porta a delle conseguenze fisiologiche: aumento dell’attenzione per le minacce, aumento del tono simpatico del sistema nervoso autonomo, un’attivazione del sistema di risposta dello stress, la diminuzione delle difese immunitarie, una peggiore qualità del sonno e maggiore espressione dei geni che regolano le risposte dei glucocorticoidi (Cacioppo, Hawkley, Norman e Berntson, 2011).

La solitudine fa sentire le persone non solo infelici ma anche in pericolo, aumenta la sintomatologia depressiva, la timidezza, l’ansia e la paura di una valutazione negativa e diminuisce l’autostima, le abilità sociali e in generale il tono dell’umore (Cacioppo et al., 2006).

Così come la fame motiva e porta il soggetto a concentrarsi sugli stimoli alimentari per trovare del cibo, la solitudine aumenta l’attenzione e la rilevanza data agli stimoli sociali e alla percezione delle minacce sociali (Tomova, et. Al. 2020).

L’ipervigilanza per gli stimoli e le minacce sociali porta la persona a enfatizzare tutto ciò che conferma questo pregiudizio, per cui si comporterà in modo da allontanare le persone e avere giudizi negativi sugli altri e sulle interazioni, questo porterà a convalidare queste aspettative. Le conseguenze di questi fattori sono lo sviluppo di pensieri e sentimenti negativi sul sé, ansia sociale e solitudine.

L’isolamento sociale oggi

La pandemia da COVID-19, da marzo 2020, ha portato i governi dei vari paesi a dover adottare misure per il contenimento del virus come la chiusura delle scuole, il mantenimento della distanza sociale, il lockdown e la quarantena domestica.

Bambini e adolescenti hanno vissuto e stanno vivendo un prolungato stato di isolamento fisico dai loro coetanei, insegnanti, familiari, amici e da tutta la rete sociale. Queste misure contenitive possono avere degli effetti psicologici negativi e aumentare problemi di salute mentale già esistenti.

In una revisione di 63 studi su 51.576 partecipanti, Loades e colleghi hanno trovato una chiara associazione tra solitudine e problemi di salute mentale nei bambini e negli adolescenti.

La solitudine è associata a futuri problemi di salute mentale per i seguenti 9 anni; l’associazione più forte è con la depressione.

La solitudine è fortemente associata a sintomi depressivi nelle ragazze ed elevata ansia sociale nei ragazzi. Questi risultati si sono dimostrati più probabili nei soggetti a rischio.

Poiché la solitudine implica il confronto sociale, è possibile che l’esperienza condivisa dell’isolamento sociale imposto dalle misure di contenimento del virus Covid-19 a tutte le persone possa mitigare gli effetti negativi dell’isolamento sociale (Loades et al.,2020).

L’isolamento sociale dei bambini sia esso dovuto alla situazione pandemica che a propria predisposizione biologica ed esperienziale, va monitorato e combattuto, sia in un’ottica preventiva che terapeutica.

Gli interventi devono essere svolti in diversi contesti: nelle scuole dove insegnanti e psicologi scolastici effettuano screening, informazione preventiva e supporto; nei contesti educativi e sociali frequentati da bambini e adolescenti; presso studi di psicologi e psicoterapeuti pubblici o privati per intervenire sul bambino e su tutto il suo ambiente, attraverso interventi di psicoterapia, training per lo sviluppo delle abilità sociali, parent traning e altre forme di aiuto, al fine di contrastare la tendenza all’isolamento e fornire al bambino e alla sua famiglia le abilità necessarie per fronteggiare le difficoltà sociali che potrebbe incontrare nella quotidianità.

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