30 Gen 2026

Disturbo Oppositivo Provocatorio nei bambini: la storia di A. [Racconto di medicina narrativa]

di Marzia Casilli


Quando A. è arrivato da me, il primo giorno di terapia, era un bambino di sei anni appena, con gli occhi azzurri, una frangetta bionda che arrivava a toccargli le ciglia folte e un accenno di sorriso come una curva luminosa a sugellare la bellezza delicata del suo viso.

Seduto di fronte a me, con le sue converse blu che si alzavano e abbassavano a un ritmo di musica che non potevo percepire, mi osservava come se fossi un animale allo zoo.

Era calmo, immobile, mentre si mangiucchiava le unghie della mano sinistra dalle dita tutte macchiate di vari colori a spirito.

I suoi genitori, invece, erano disperati.

Dicevano che a casa A. era ingestibile, lanciava oggetti, si gettava a terra, si dimenava, soprattutto ogni qualvolta si trovava di fronte a una semplice parolina: NO.

Il no per lui era insopportabile. A casa dava in escandescenze, a scuola, rispondeva male, riempendo di parolacce e insulti chiunque intralciasse i suoi piani, maestre o bambini che fossero. Non rispettava nessuna autorità.

Lui era il maleducato della scuola, quello che nessuno invita ai compleanni, quello a cui nessuno vuole stare seduto vicino perchè disturba.

Quello intelligente che non si applica.

Ma dalle valutazioni effettuate A. non era affatto un bambino maleducato, era un bambino con un disturbo oppositivo provocatorio (DOP).

I suoi genitori mi dicevano: “Dottoressa, le abbiamo provate tutte. Abbiamo provato a punirlo in ogni modo. Non le nascondiamo che qualche volta abbiamo anche usato le maniere forti. Ma nulla, non cambia nulla.”

I bambini con il DOP sono bambini incapaci di gestire le emozioni e hanno una tolleranza quasi pari a zero rispetto alla frustrazione.

Sono bambini con delle grandi difficoltà relazionali ed emozionali, che non vanno puniti, ma accolti e accompagnati.

Il loro modo esplosivo di reagire di fronte ad alcune situazioni non è un attacco è una difesa.

Da terapista, mi sento sempre molto affranta, quando questi bambini arrivano qui, con il loro bagaglio pesante di vissuti che parlano di emarginazione, etichette, punizioni, addirittura mani alzate contro di loro.

Prendere in carico un bambino con DOP significa prendere in carico l’intera famiglia, anzi, l’intera comunità che si interfaccia con il bambino, per dare loro le strategie migliori e costruire un fronte comune affinché questi bambini riescano a fiorire. Non sempre noi terapisti troviamo collaborazione, e quando accade ciò, è un fallimento per tutti.

Un giorno A., colto da un intenso momento di frustrazione durante la terapia, mi ha tirato un calcio e subito dopo si è parato il viso con le mani, come se si aspettasse che io rispondessi nella stessa maniera alla sua azione.

Perché il comportamento altro non è che un processo di apprendimento, noi ci comportiamo, riproduciamo ciò che abbiamo imparato. Evidentemente lui era abituato a questo, perché il contesto vicino a lui non era preparato ad accogliere le sue reazioni e a dargli un altro tipo di funzionamento.

In quel momento io mi sono avvicinata e con calma gli ho spiegato che non lo avrei mai colpito e poi gli ho chiesto come mai si fosse comportato così, se qualcosa che io avevo fatto o detto, lo avesse innervosito. “Ci siamo voluti sempre tanto bene, io e te, che cosa è successo?”. Subito il suo livello di rabbia e di frustrazione è calato e mi ha risposto che non lo sapeva, si sentiva come un’esplosione dentro di lui, che non poteva fermare.

Ed effettivamente è proprio questo che accade.

Ho lavorato molto in questi anni con A. e fortunatamente anche con i suoi genitori, seguendo tutte le strategie educative e soprattutto aiutandoli a concentrarsi sui progressi di loro figlio e non solo sui comportamenti problematici, valorizzando i momenti e i campi, come ad esempio la matematica, in cui lui eccelle. In questo modo A. è riuscito nel tempo ad assumere sicurezza in se stesso, a rendersi consapevole dei suoi punti di forza e debolezza e a capire quando una crisi esplosiva sta arrivando.

Ora ha quasi 9 anni, ha tanti amici, ogni tanto qualche scatto di rabbia viene ancora fuori, ma il più delle volte ha tutti gli strumenti per fronteggiarlo.

Avere un diario delle emozioni, ad esempio, lo aiuta ancora a fare chiarezza nel mondo dei sentimenti.

Quando è arrivato da me, ogni emozione per lui era solo rabbia. Oggi A. sa perfettamente distinguere tra la rabbia, la tristezza, la gioia, la paura, l’angoscia e così via. E sa esattamente dire come e perchè si sente in quel modo.

Rimane un bambino estremamente sensibile, dotato di una grande intelligenza emotiva, che ha avuto la fortuna di avere al suo fianco dei genitori molto spaventati, ma anche molto collaborativi, che hanno saputo mettersi in discussione e rivalutare i loro metodi educativi, così insieme abbiamo potuto costruire un percorso che portasse A. verso la migliore versione di se stesso.

Ci vuole cura, ci vuole comprensione, ci vuole amore.

E questo dovrebbe accadere con ogni bambino sulla faccia della terra, ogni adulto che ha l’onore e l’onere di crescere un bambino dovrebbe sapere che almeno la metà di quel bambino, giorno dopo giorno, sarà l’adulto che noi gli abbiamo mostrato.

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