di Marzia Casilli
Riccardo starebbe ore a guardare la spiaggia.
L’andirivieni dell’acqua e il passaggio delle barche.
Riccardo sta lì a tagliare il mare con lo sguardo, per ricucirselo negli occhi.
Perché negli occhi di Riccardo c’è lo scintillio delle onde alte all’orizzonte e il nero profondo del mare dove non si tocca.
Negli occhi di Riccardo c’è sempre il sole rovente dell’estate, i coriandoli di carnevale, i colori dei tulipani in primavera, la magia di dicembre, i viali rossastri dell’autunno.
Negli occhi di Riccardo c’è il mondo. Un mondo che gira a un ritmo tutto suo.
E che a conoscerlo sarai fortunato.
Non lo dico perché sono suo padre. Lo dico perché Riccardo è così.
Quando è nato, dopo circa 8 mesi, ho iniziato a vedere in lui qualcosa di diverso.
Lo osservavo quasi compulsivamente, guardavo come girava la testa, come sollevava il busto, il modo in cui si relazionava con Maria, la sua sorellina più grande.
Era molto piccolo, ma c’era qualcosa che non mi tornava. Era più di una sensazione. Era un istinto.
Lui non agganciava mai i nostri sguardi, gli occhi di Riccardo erano sempre pieni di tante cose ma vuoti di risposte verso di noi.
Tutti ci dicevano che era ancora piccolo, anche la nostra pediatra diceva di non preoccuparci, che sarebbe cresciuto e che sarebbe cambiato.
Ma io non ci ho mai creduto.
Aveva un anno Riccardo quando la sera di Pasqua io e Lucia lo portammo in pronto soccorso per una febbre molto alta. Dopo la visita, la dottoressa di turno, ci chiese di fermarci un momento. Ci guardò e ci disse: “Ma con Riccardo tutto okay?” Bastò quella domanda perché il mio sangue si congelasse e una voce nella testa mi sussurrasse: “Hai visto? Non ti sbagliavi, c’è qualcosa che non va.”
La dottoressa continuò dicendo che aveva notato che durante la visita Riccardo non l’aveva mai guardata e che i suoi occhi erano stati fissi tutto il tempo sui numeri del calendario.
Non ce lo facemmo ripetere due volte, subito ci attivammo per approfondire la situazione. Facemmo tutte le valutazioni e arrivò la diagnosi.
La parola autismo è una parola potente. Una parola che fa spavento. Una parola da cui si prova il naturale istinto di proteggersi come dalla pioggia. Ma qui di ombrelli non ce ne sono. E bisogna lasciarsi bagnare. Bisogna dirla a voce alta. Scandirla. Riconoscerla. La parola autismo va accolta.
Per le scale della struttura, io e Lucia ci tenemmo per mano, con le gambe tremanti e la testa confusa. I nostri passi lenti e instabili. In quel momento, tra l’eco di quei gradini, poteva sentirsi solo il silenzio delle nostre lacrime che discretamente ci scivolavano lungo le guance.
Ci prendemmo il tempo per piangere, sì.
Ci prendemmo anche il tempo per il silenzio, sì.
Ci prendemmo il tempo per preoccuparci del futuro. Del rapporto con la sorellina, su quanto questa condizione avrebbe stravolto la nostra vita.
E ci prendemmo il tempo per la rabbia, naturalmente.
Poi decidemmo che quel tempo doveva finire, ci guardammo e decidemmo che avremmo fatto il possibile e l’impossibile per dare a Riccardo la vita che meritava.
Ci siamo rimboccati le maniche e subito abbiamo iniziato con le terapie, abbiamo rifiutato anche la 104 per lui, perché io e Lucia abbiamo sempre creduto in Riccardo, non volevamo appoggiarci a sostegni che non fossero assolutamente necessari.
Purtroppo nel pubblico i tempi sono biblici e le terapie private non potevamo permettercele. Quindi Lucia, ha dovuto iniziare subito a lavorare, qualsiasi lavoro, qualsiasi orario, qualsiasi cosa pur di poter dare a Riccardo ciò di cui aveva bisogno nel minor tempo possibile.
E così Riccardo, piano piano e troppo veloce, come i figli di tutti, è cresciuto.
Oggi ha 4 anni sa leggere e scrivere, parla in inglese e il suo mondo è fatto di numeri e operazioni matematiche.
Ha superato, e noi insieme a lui, milioni di piccoli e grandi ostacoli in questi 4 anni.
Ancora ha qualche difficoltà: non mangia cibi con una consistenza molliccia, come la mozzarella, la ricotta, le uova.
Per bere e mangiare ha bisogno del nostro aiuto. Stiamo per togliere il pannolino.
Insomma, la strada è tutt’altro che in discesa.
Però Riccardo è un bambino amato e cercato da tutti, allegro, furbo, simpatico, con il sorriso onnipresente. Dolcissimo e affettuoso. Ama il mare, va matto per la pizza e il gelato. Non va a dormire senza la sua borraccia e ha sempre bisogno di avere qualcuno vicino mentre dorme. Il contatto per lui è vitale. Se io o Lucia ci alziamo, anche se lui sta dormendo profondamente, se ne accorge subito.
La cosa più bella per me e mia moglie è stato vedere come il rapporto tra Riccardo e Maria sia cresciuto insieme a loro. Maria è stata sua prima tifosa, è stata la fiamma, la scintilla. Lei gli ha insegnato moltissime cose, costruisce dei percorsi fatti in casa per lui, percorsi fatti di cerchi e bastoni da oltrepassare. Gli ha insegnato a non avere paura nel farsi guardare mentre fa qualcosa. Infatti adesso appena fa qualcosa di nuovo ci chiama per essere guardato, è un sogno.
Mi chiamo Angelo e sono il papà di un bambino con autismo.
Non mi vergogno nel dirlo. Vorrei che nessuno fosse costretto a farlo.
Non posso vergognarmi, perché amo Riccardo così com’è. Sono orgoglioso di lui.
So che siamo stati fortunati e che non tutte le condizioni sono uguali, ma è importante che chi si trova in questa situazione sappia che far finta di non vedere è la cosa più sbagliata e dannosa che si possa fare per i nostri figli.
Occorre approfondire subito. Occorre scavare, se c’è un dubbio, bisogna avere il desiderio e il coraggio di andare a capire che cosa c’è che non va. Perché il tempo è prezioso. Prezioso per iniziare le terapie il più presto possibile.
L’ho visto con mio figlio, le terapie hanno portato Riccardo a un altro livello e sono convinto che ogni bambino può trarne vantaggio.
Negli occhi di Riccardo ci siamo noi che ci abbiamo sempre creduto, c’è una felicità tangibile, c’è un futuro possibile e la speranza di una vita all’altezza dei suoi sogni.




