di Angela Viggiani


La sindrome dell’intestino irritabile (IBS), definita anche “colite spastica” o “sindrome del colon irritabile”, è un disturbo del tratto gastrointestinale caratterizzato da dolore addominale cronico e alterazioni della funzionalità intestinale in assenza di malattie organiche (Lacy et al., 2016).
Si stima che questa sindrome colpisce circa il 5-15% della popolazione occidentale (Choung & Locke, 2011), specialmente donne di età inferiore ai 50 anni, con una prevalenza globale dell’11,2% (Lovell & Ford, 2012).

Come si manifesta?

La sindrome del colon irritabile è generalmente caratterizzata da dolore addominale associato a crampi, ma può presentarsi anche con un’ampia gamma di sintomi gastrointestinali (Hungin et al., 2005). Tra i più comuni (Mearin et al., 2016):

  • gonfiore
  • diarrea
  • tensione e costipazione
  • sensazione di evacuazione incompleta

Come si fa la diagnosi?

Per la diagnosi sono utilizzati i criteri diagnostici della Rome Foundation (Drossman,1994) sviluppati da un gruppo di esperti di disturbi intestinali. In particolare, un individuo deve presentare dolore addominale ricorrente, almeno per 1 giorno alla settimana negli ultimi 3 mesi, associato a un cambiamento della frequenza della defecazione o della forma delle feci (Lacy et al., 2016).

Sebbene non inclusi nei criteri diagnostici, la nausea, la sensazione di evacuazione incompleta, l’urgenza di defecare e il gonfiore sono sintomi comuni, soprattutto tra le donne (Park et al., 2008).
In assenza di marcatori biologici o altri segnali di allarme come perdita di peso, sintomi notturni, presenza di sangue nelle feci, uso prolungato di antibiotici e storia familiare di cancro al colon, le attuali linee guida raccomandano un approccio diagnostico con test medici limitati (Chey, Kurlander & Eswaran, 2015).


Quali sono le cause della Sindrome dell’intestino irritabile?

Le cause sembrano essere dovute a più fattori che includono alterazioni della motilità del tratto gastrointestinale (nel 25% dei pazienti che soffrono di costipazione e fino al 45% dei pazienti con diarrea predominante) (Törnblom et al., 2012), ipersensibilità viscerale (Lawal et al., 2006), infiammazione delle mucose (Alammar & Stein, 2019), alterazioni della flora batterica e del microbioma, sensibilità ad alcuni alimenti (Simrén, Abrahamsson, & Björnsson, 2007) e predisposizione genetica (Bonfiglio et al., 2018).

Tuttavia, i meccanismi mediante i quali questi processi interagiscono sono ancora poco compresi (Holtmann, Ford & Talley, 2016).
Il modello più avvalorato è quello biopsicosociale di Drossman (1998), che sottolinea le interazioni tra fattori biologici (predisposizione genetica, motilità intestinale disordinata, microbiota intestinale alterato), comportamentali (sintomi evitamento), processi cognitivi (ansia, ridotte capacità di fronteggiamento delle situazioni o coping) e ambiente (traumi, eventi di vita stressanti). Secondo questo modello, la sindrome dell’intestino irritabile è dovuta alla disregolazione dell’asse cervello-intestino ovvero a una alterazione della comunicazione bidirezionale tra il cervello e il sistema nervoso enterico, la rete nervosa che regola le funzioni motorie e secretorie nell’intestino (Van Oudenhove et al., 2016). Attraverso questo asse, lo stress e i fattori psicologici possono influenzare il funzionamento dell’intestino (motilità, livelli di dolore viscerale), contribuendo ai sintomi della sindrome (Kinsinger, 2017).

La psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT): trattamento d’elezione

La sindrome dell’intestino irritabile essendo una condizione cronica (Ford et al., 2008) ha un impatto considerevole sulla qualità della vita e sul funzionamento sociale dell’individuo (Frändemark et al. 2018; Paré et al. 2006), simile a quello osservato in pazienti con disturbi organici del tratto gastrointestinale (Pace et al. 2003). Sebbene i meccanismi di causa-effetto rimangano poco chiari, la presenza di disagio psicologico influenza la funzionalità del tratto gastrointestinale (Polster et al., 2017) e viceversa (Koloski et al., 2012; Koloski, Jones & Talley, 2016).

Poiché la letteratura scientifica definisce la Sindrome dell’intestino irritabile un disturbo dell’interazione tra intestino e cervello (Drossman & Hasler, 2016), si possono utilizzare le terapie psicologiche e comportamentali (Ford et al., 2019), per intervenire sui fattori causali della sindrome (Hookway et al., 2015).
In particolare, sembra che diverse terapie psicologiche a stampo cognitivo-comportamentale (terapia di gruppo, telefonica, faccia a faccia) siano efficaci per la IBS a breve e a lungo termine (Black, et al., 2020).

La CBT per la sindrome dell’intestino irritabile si concentra sulla modificazione dei comportamenti e dei pensieri disfunzionali (Kinsinger, 2017) attraverso:

  • La psicoeducazione che serve a educare il paziente sulla sindrome, sulle connessioni che ci sono tra cervello e intestino, su quali sono le risposte fisiologiche allo stress e sulle false credenze e i miti. 
    In questo modo non solo aumenta la probabilità di “aderire” al trattamento CBT ma anche la comprensione dell’influenza dello stress e dello stile di vita sui sintomi.
  • Tecniche di rilassamento come la respirazione diaframmatica o il rilassamento muscolare progressivo che vengono utilizzate per aumentare la consapevolezza dell’individuo su un eventuale stato di tensione fisica. In questo modo si apprende a rilassarsi in maniera attiva per ridurre la sintomatologia.
  • La Ristrutturazione cognitiva ovvero un processo attraverso cui l’individuo diventa sempre più consapevole della connessione tra pensiero, comportamento e sintomi e sostituisce le proprie risposte riducendo l’ansia e l’ipervigilanza legate ai sintomi.
  • L’uso di tecniche che incrementano la capacità di risoluzione dei problemi e di fronteggiamento (coping) per incoraggiare una gestione e un uso più flessibile di strategie per far fronte a questa condizione cronica.
  • L’uso di tecniche di esposizione: molte persone che soffrono di sindrome dell’intestino irritabile tendono ad adottare delle strategie disfunzionali, come ad esempio evitare situazioni in cui non hanno un facile accesso a un bagno. Nel lungo termine questi comportamenti di “sicurezza” non solo limitano le attività, ma possono contribuire al mantenimento dei sintomi e a incrementarne la gravità. Per questo, attraverso ‘esperimenti comportamentali’, si affrontano in modo graduale le situazioni temute ed evitate e si cercano soluzioni più funzionali al mantenimento di una buona qualità di vita.

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Bibliografia

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