di Rossana Francesca Colucci


 

La fobia sociale è caratterizzata da uno stato di ansia clinicamente significativo, provocato dall’esposizione a situazioni sociali (Kendal, Di Pietro, 1995).

Solo recentemente i clinici e i ricercatori si sono dedicati alla diagnosi della Fobia Sociale nei bambini (Bruni, 2009).

Essa implica la paura di essere criticati, umiliati, messi in imbarazzo o esclusi e riguarda le situazioni in cui il soggetto è esposto al possibile giudizio degli altri: parlare davanti alla classe, interagire con i professori (es. interrogazioni) o con i propri compagni. Generalmente, la sintomatologia insorge in età adolescenziale e persiste in età adulta.

Le persone di sesso femminile sembrerebbero più a rischio e tale differenza è maggiormente evidente negli adolescenti (APA, 2013). Prima di approfondire più nel dettaglio il disturbo, è necessario compiere una distinzione tra il disturbo d’ansia sociale e la timidezza non patologica, anche detta “reticenza sociale” (APA, 2013).

Come ci ricordano gli studiosi Hartl e Morschitzky (2013), la timidezza spesso è solo un fenomeno passeggero, mentre la paura sociale è una condizione che può protrarsi per anni o addirittura per tutta la vita.

Un bambino timido è un bambino riservato, ma non per questo isolato dal mondo o reticente ad affrontare situazioni sociali. Il bambino, invece, che soffre di fobia sociale mostra evidenti segnali di disagio, con difficoltà a relazionarsi con persone al di fuori del contesto familiare, rifiuta di andare a scuola, cercando di diventare quasi “invisibile” (Cohen L.J., 2017).

Spesso, la mancanza di consapevolezza da parte del bambino circa l’inadeguatezza dell’emozione manifestata rispetto al reale pericolo può rendere la diagnosi ardua e non immediata.

 

Sintomi e diagnosi della Fobia Sociale

Secondo il DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), i criteri diagnostici della fobia sociale sono:

  • Marcata paura o ansia rispetto a una o più situazioni sociali in cui l’individuo è esposto al possibile giudizio degli altri. Nota: Nei bambini l’ansia deve manifestarsi in contesti in cui vi sono coetanei e non solo nell’interazione con gli adulti
  • L’individuo teme di mostrare i sintomi di ansia e che questi verranno valutati negativamente
  • Le situazioni sociali provocano quasi sempre paura o ansia.
    Nota: Nei bambini, l’ansia può essere espressa piangendo, con scoppi di ira, con immobilizzazione (freezing), aggrappamento al genitore (clinging), ritiro sociale o non riuscendo a parlare durante le interazioni sociali
  • Le situazioni sociali temute sono evitate o sopportate con intensa paura o ansia
  • La paura o l’ansia sono sproporzionate rispetto alla reale minaccia, tenendo conto della situazione sociale e del contesto socioculturale di appartenenza
  • La paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti, durano tipicamente 6 mesi o più e causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento sociale, scolastico, lavorativo e in altre aree significative
  • La paura, l’ansia o l’evitamento non sono meglio spiegati da altre condizioni che potrebbero giustificare il disturbo, come una condizione medica, un altro disturbo mentale o effetti fisiologici di una sostanza

 

Se la paura e l’ansia sono limitate al parlare o esibirsi davanti le persone, si parla di ansia sociale legata alla performance (APA, 2013), mentre la durata di almeno 6 mesi consente di differenziare l’ansia sociale dalle paure sociali transitorie.

Il bambino/adolescente con Fobia Sociale, quando è costretto a esporsi, potrebbe manifestare:

  • segnali di disagio
  • sintomi di attivazione neurovegetativa come:
    • palpitazioni
    • vertigini
    • tremori
    • rossore del volto
    • sudorazione eccessiva
    • vampate di calore
    • tensione muscolare
    • gola secca
    • disturbi gastroenterici
    • bisogno impellente di urinare

Nei bambini possono essere altresì presenti disturbi del sonno, di concentrazione, agitazione, affaticabilità e irritabilità (Beidel, Turner, 2000).

 

Le cause dalla Fobia Sociale

I fattori genetici e biologici possono influire nell’insorgenza del disturbo (Bruni, 2009).

In generale, si evidenzia una maggiore predisposizione per i bambini di madri con fobia sociale di sviluppare la patologia, infatti, i parenti di primo grado hanno una trasmissibilità da due a sei volte maggiore (APA, 2013).

Inoltre, anche i fattori esperienziali e psicologici come il temperamento, la timidezza, situazioni di bullismo, derisione, umiliazione, rifiuto sociale, esperienze di maltrattamenti e un ambiente educativo ostile e non supportivo sono considerati fattori di rischio per il disturbo.

A partire da questi fattori, può crearsi una preoccupazione più ampia e generalizzata a diverse situazioni sociali causando, così, comportamenti di evitamento dello stimolo fobico (es. non andare alle feste, rifiutare la scuola) e incrementando la vulnerabilità del soggetto.

 

Comorbidità

La fobia sociale può essere compresente ad altre patologie psicologiche e l’esordio precede, generalmente, quello degli altri disturbi, tranne per la fobia specifica e il disturbo d’ansia di separazione (APA, 2013).

Il mutismo selettivo sembra essere strettamente correlato alla fobia sociale e definito da alcuni ricercatori come una forma di ansia sociale estrema (Beidel, Turner, 2000).

È frequente anche la comorbilità con l’autismo (Maddox, White, 2015) e con il disturbo ossessivo-compulsivo (Masi G. et al.2008). Inoltre, negli ultimi anni si è osservato la presenza della Fobia Sociale in soggetti con Sindrome di Hikikomori, con una percentuale che va dal dal 3% al 15% (Nagata, 2013).

 

Trattamenti

La terapia cognitivo comportamentale (CBT) ha dimostrato ottimi risultati nel trattamento del disturbo (Kodal, et al., 2018).

L’obiettivo principale è aiutare a regolare l’attivazione emotiva, modificando i pensieri di autosvalutazione e la paura della vergogna, che rendono il bambino o l’adolescente inibito e isolato (D’Ambrosio & Coletti, 2002).

Anche i trattamenti comportamentali, in particolare le tecniche basate sull’esposizione, sulla desensibilizzazione sistematica, procedure di rinforzo e modeling possono facilitare la gestione delle situazioni sociali temute.

Durante la terapia, inoltre, possono essere svolti incontri di Psico-educazione e sedute di Parent Training con genitori e insegnanti. Si tratta di percorsi in grado di fornire strategie e strumenti che aiutino a rispondere in maniera più funzionale alle richieste della persona.
Il trattamento farmacologico, invece, può aiutare a ridurre l’intensità ansiogena, tuttavia, se non abbinato al’intervento psicoterapico, potrebbe risultare fallimentare ed esporre il soggetto a importanti ricadute.

 

Contatti

 

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Bibliografia

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition, DSM-5. Arlington, VA. (Tr. it.: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione, DSM-5. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014).

Beidel, D. C., Turner, S. M., & Morris, T. L. (2000). Behavioral treatment of childhood social phobia. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 68(6), 1072–1080. 

Bruni, M. (2009). La fobia sociale. Clinica ed epidemiologia del disturbo. Roma: Armando Editore

Cohen L. J. (2017). Le paure segrete dei bambini: Come capire e aiutare i bambini ansiosi e agitati. Feltrinelli Editore: Milano

D’Ambrosio M., Coletti B. (2002). L’intervento cognitivo-comportamentale nel trattamento del mutismo selettivo. I care, 27:3, 97-103.

Maddox BB & White, S.W. (2015). Comorbid Social Anxiety Disorder in Adults with Autism Spectrum Disorder. Journal of Autism and Developmental Disorders, volume 45, pages3949–3960

Kendall, P., & Di Pietro M. (1995). Terapia scolastica dell’ansia. Guida per psicologi e insegnanti. Erickson Editore: Trento.

Kodal, A, (2018). Predictors of long-term outcome of CBT for youth with anxiety disorders treated in community clinics. J Anxiety Disord; 59:53-63.

Hartl T., Morschitzky H (2013) L’arte di stare con gli altri: Superare timidezza e paure sociali. Urra – IF – Idee editoriali Feltrinelli s.r.l.

Masi, G., Millepiedi, C., Pfanner, C., Berfolla, S., Pari, C., & Mucci, M. (2008). Fenotipi del Disturbo Ossessivo Compulsivo infantile: influenza dell’età di esordio, genere, sintomatologia e comorbidità. Giornale di Neuropsichiatria dell’Età Evolutiva, 28(3), 301-313.

Nagata, T., Yamada, H., Teo, A. R., Yoshimura, C., Nakajima, T., & van Vliet, I. (2013). Comorbid social withdrawal (hikikomori) in outpatients with social anxiety disorder: Clinical characteristics and treatment response in a case series. International Journal Of Social Psychiatry, 59(1), 73-78. doi:10.1177/0020764011423184