di Rossana Francesca Colucci


 

La fobia sociale, anche nota come Disturbo da Ansia Sociale, è una condizione caratterizzata da una paura o ansia marcata, irrazionale e persistente, relativa a una o più situazioni sociali, nelle quali l’individuo è esposto al possibile esame degli altri.

L’età media di insorgenza rientra nel range 8-15 anni e la prevalenza media in Europa, a 12 mesi, è del 2,3%.

Le persone di sesso femminile sembrerebbero più a rischio (American Psychiatric Associatione, 2013).

In Italia la prevalenza, a 12 mesi, è del 1% (ISS-ESEMeD, 2005).

Il timore centrale della fobia sociale riguarda l’idea di essere giudicati o criticati negativamente dagli altri e la paura di apparire ridicoli, noiosi, deboli, sgradevoli per quello che si fa o che si dice o perché visti in preda all’ansia.

Le situazioni più temute sono quelle sociali, che implicano la necessità di fare qualcosa davanti ad altre persone e di essere osservati, per cui il soggetto teme che le proprie prestazioni e i propri comportamenti possano essere giudicati negativamente.

Tra queste situazioni, quelle più temute possono essere: parlare davanti a un pubblico, avere una conversazione con qualcuno, incontrare persone sconosciute, eseguire una prestazione di fronte ad altri.

 

Sintomi e diagnosi della Fobia Sociale

Secondo il DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), i criteri diagnostici della fobia sociale sono:

  • Marcata paura o ansia rispetto a una o più situazioni sociali in cui l’individuo è esposto al possibile giudizio degli altri
  • L’individuo teme di mostrare i sintomi di ansia e teme che questi verranno valutati negativamente
  • Le situazioni sociali provocano quasi sempre paura o ansia
  • Le situazioni sociali vengono evitate o sopportate con intensa paura o ansia
  • La paura o ansia è sproporzionata alla minaccia reale rappresentata dalla situazione sociale e al contesto socio-culturale;
  • La paura, l’ansia o l’evitamento sono persistenti, durano tipicamente 6 mesi o più e causano disagio clinicamente significativo nel funzionamento sociale, lavorativo e in altre aree significative;
  • La paura, l’ansia o l’evitamento non sono meglio spiegati da altre condizioni che potrebbero giustificare il disturbo, come una condizione medica, un altro disturbo mentale o effetti fisiologici di una sostanza.

 

L’ansia sociale potrebbe manifestarsi con tremore, sudorazione, tachicardia, rossore del volto e generare, anche, tensione muscolare, secchezza delle fauci, disturbi gastroenterici, bisogno impellente di urinare, vampate di calore e vertigini.

La persona con ansia sociale potrebbe apparire con un atteggiamento dismesso, un tono di voce sottile, col capo e lo sguardo basso per evitare il contatto oculare. Potrebbe mostrare una postura del corpo rigida e un atteggiamento anassertivo o, al contrario, assumere atteggiamenti artificiosi di sicurezza e disinvoltura (American Psychiatric Association, 2013).

 

Le cause dalla Fobia Sociale

Per quanto riguarda l’eziologia della Fobia Sociale, sono stati individuati alcuni fattori che più di altri potrebbero risultare coinvolti.

Da un punto di vista neurobiologico, l’amigdala, struttura cerebrale deputata all’elaborazione delle emozioni, sembrerebbe svolgere un ruolo rilevante (Bear M.F., et al., 2007).

In una recente ricerca, infatti, Mansson e colleghi (2017) hanno evidenziato la correlazione tra le persone che soffrono di fobia sociale e una maggiore attivazione dell’amigdala e un maggior volume di questa area cerebrale. Inoltre, l’insorgenza precoce e la ricorrenza del disturbo all’interno delle famiglie, hanno fatto ipotizzare il coinvolgimento di fattori genetici e biologici (Bruni, 2009).

In generale, si evidenzia una maggiore predisposizione per i bambini di madri con fobia sociale di sviluppare il disturbo, a fronte non solo di un corredo genetico che può essere trasmesso rispetto alla patologia, ma anche a causa dell’ambiente familiare, che ne può favorire la trasmissione intergenerazionale. Tra i fattori di rischio che possono facilitare l’insorgenza del disturbo si ricordano, anche, i fattori esperienziali e psicologici come il temperamento, la timidezza o esperienze negative di bullismo, derisione, umiliazione e rifiuto sociale e criticismo.

Alcune persone, ad esempio, sono timide e introverse per temperamento o per pregresse esperienze apprese di vergogna e imbarazzo. A partire da queste circostanze, può crearsi una preoccupazione più ampia e generalizzata a diverse situazioni sociali, causando, così, comportamenti di evitamento e predisponendo il soggetto a un rischio più elevato di sviluppare il disturbo.

 

Comorbidità

La fobia sociale può essere compresente con altre patologie psicologiche e l’esordio precede, generalmente, quello degli altri disturbi, tranne per la fobia specifica e il disturbo d’ansia di separazione (American Psychiatric Association, 2013).

Sono, dunque, frequenti le comorbidità con la depressione (Faravelli, C., et al. 1994), il disturbo da attacchi di panico (Kessler RC, et al. 1994), il disturbo ossessivo-compulsivo (Masi G. et al.2008), il disturbo evitante di personalità (Popolo et al. 2007), il disturbo schizotipico di personalità e l’abuso di alcolici e altre sostanze psicotrope (Kessler, R.C.; 1997).

 

Trattamenti

La terapia cognitivo-comportamentale si è dimostrata efficace per la cura di questo disturbo (Leveni, D., et al. 2002).

L’obiettivo principale del trattamento è aiutare il paziente a regolare l’attivazione emotiva, modificando i pensieri disfunzionali, che causano un’interpretazione errata degli eventi e permettendo il distanziamento dalle credenze, convinzioni e pensieri non sempre adeguati alle circostanze.

Inoltre, partendo dalle situazioni meno ansiogene, fino ad arrivare a quelle che causano maggiore disagio emotivo, è possibile supportare la persona a gestire le situazioni temute, attraverso processi di desensibilizzazione sistematica e tecniche di immaginazione e/o rilassamento.

Il trattamento farmacologico può aiutare nella terapia della fobia sociale per ridurre l’intensità ansiogena delle risposte fobiche, tuttavia, se non abbinato all’intervento psicoterapico, potrebbe risultare fallimentare ed esporre il soggetto a importanti ricadute.

 

Bibliografia

American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth Edition, DSM-5. Arlington, VA. (Tr. it.: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Quinta edizione, DSM-5. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2014).

American Psychiatric Association: Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder, 4th edition text revision. American Psychiatric Association,Washington DC, 2000

Bamber, J.H. (1979) The fears of Adolescense. London:Academic Press.

Bauer, D.H. (1976) An exploratory study of devlopemental changes in children’s fear. Journal of Child Psychology and Psychiatry 17: 69-74

Bear, MF, Connors BW, Paradiso MA, (2007). Neuroscience: Exploring the Brain – Third Edition, Lippincott Williams & Wilkins – USA.

Beck, AT, Emery, G. & Greenberg, RL (1985). Anxiety disorders and phoblas: A cognitive perspective. New York: Basic Books, 1985

BOWER, G. H. (1981). Moodand memory.American Psychologist, 36, 129-148.

Bruni, M. (2009). La fobia sociale. Clinica ed epidemiologia del disturbo. Roma: Armando Editore

DSM-V. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Masson.

Faravelli, C., Paterniti, S., & Taberna, A. (1994). Ansia e depressione nella popolazione generale. Epidemiology and Psychiatric Sciences, 3(1), 19-26.

Fehma, L., Pelissolob, A., Furmarkc, T.,Wittchende, HU. (2005). Size and burden of social phobia in Europe. European Neuropsychopharmacology Volume 15, Issue 4, Pages 453-462

Hess, WR. (1950/1981) Function and Neural Regulation of Internal Organs, in K. Akert (a cura di) Biological Order and Brain Organization: Selected works of WR. Hess. Berlin: Springer-Verlag

Kessler RC, McGonagle KA, Zhao S, Nelson CB, Hughes M, Eshleman S, Wittchen HU, Kendler KS: Lifetime e 12 mesi di prevalenza di disturbi psichiatrici DSM-III-R negli Stati Uniti: risultati della comorbidità nazionale Sondaggio. Arch Gen Psychiatry 1994 ; 51: 8–19

Kessler, R.C.; Crum, R.M.; Warner, L.A. et al.: Lifetime Co-occurence of DSM-III-R Alcohol Abuse and Dependence with other psychiatric disorders in the National Comorbidity Survey. Arch. Gen. Psychiatry, vol. 54, 1997 Apr.

LeDoux, J.E. (1993) Emotional networks in the brain, in M. Lewis e J.M. Haviland (a cura di) Handbook of Emotions. New York: Guilfors Press.

LeDoux, J, E. (1996) The Emotional Brain: The mysterious underpinning of emotional life. New York: Simon e Schuster.

Leveni D, Piacentini D, Campana A. (2002). Effectiveness of cognitive-behavioral treatment in social phobia: a description of the results obtained in a public mental health service. Epidemiology and Psychiatric Sciences 11(2):127-133

Masi, G., Millepiedi, C., Pfanner, C., Berfolla, S., Pari, C., & Mucci, M. (2008). Fenotipi del Disturbo Ossessivo Compulsivo infantile: influenza dell’età di esordio, genere, sintomatologia e comorbidità. Giornale di Neuropsichiatria dell’Età Evolutiva, 28(3), 301-313.

The ESEMeD/MHEDEA 2000. Investigators: Lifetime and 12-month prevalence of mental disorders in Six European countries: results from The European Study of the Epidemiology of Mental Disorders (ESEMeD). Supplement to Acta Psychiatrica. 2005

Popolo, R., Dimaggio, G., Marsigli, N., & Procacci, M. (2007). Difficoltà nella percezione del senso di appartenenza: un confronto tra fobia sociale e disturbo evitante di personalità. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale, 13(3), 301.

Yerkes R.M. e Dodson, J.D. (1908). The relation of strenght of stimulus to rapidity of habit formation. Journal of Comparative and Neurological Psychology 18: 459-82