di Dalila Manti


Cosa sono e come si manifestano

L’attacco di panico si verifica con la comparsa improvvisa e intensa di paura, ansia e disagio.

Questi segni raggiungono il picco in pochi minuti (circa 10), periodo durante il quale si verificano sintomi cognitivi e fisici che hanno breve durata (in media non superano 20-30 minuti).

L’età di esordio è collocata in tarda adolescenza o nella prima età adulta (20-25 anni) e ha un’incidenza maggiore nelle donne rispetto agli uomini (Sassaroli et al., 2006).

All’insorgere delle prime crisi, spesso il disturbo non è riconosciuto dal soggetto ed è frequente che sia scambiato con altre patologie fisiche, specialmente di natura cardiologica.

L’attacco di panico può verificarsi nel contesto di qualsiasi disturbo d’ansia o all’interno di altri disturbi mentali o condizione medica (DSM 5, APA 2013).

Il Disturbo di Panico, invece, si riferisce a ricorrenti attacchi di panico inaspettati, accompagnati da paura, disagio intenso e da una persistente preoccupazione per la loro insorgenza e per le loro conseguenze (per es.: perdere il controllo, avere un attacco cardiaco, paura di impazzire o di morire) (APA, 2013).

 

Inquadramento diagnostico

Secondo il DSM-5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), i criteri diagnostici del Disturbo di Panico sono (APA, 2013):

  • Ricorrenti e inaspettati attacchi di panico.
    L’attacco di panico consiste nella comparsa dei seguenti sintomi: palpitazioni, tachicardia, sudorazione, tremori, dispnea o sensazione di soffocamento, sensazione di asfissia, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, sensazioni di vertigine, brividi o vampate di calore, sensazioni di formicolio, derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (sentirsi distaccati da sé stessi), paura di perdere il controllo o di “impazzire”, paura di morire
  • Almeno uno degli attacchi è seguito da: preoccupazione per l’insorgenza di altri attacchi e alterazione del comportamento per evitare di avere altri attacchi di panico
  • L’alterazione non è attribuibile agli effetti fisiologici di una droga, di un farmaco, di un’altra condizione medica o disturbo mentale

 

Neurofisiologia degli attacchi di panico

L’importanza attribuita a un evento considerato minaccioso dipende dalla valutazione soggettiva di un individuo piuttosto che dalla realtà obiettiva dell’evento stesso (LeDoux, 2015).
Alcune ricerche sulla paura dimostrano come l’informazione e gli stimoli siano elaborati attraverso due vie, che costituiscono il “Circuito della Paura” (Debiec & LeDoux, 2004).
I circuiti coinvolti nell’elaborazione di uno stimolo sono due: la via breve ipotalamo-amigdala (sottocorticale), e la via più lunga, cortico-amigdaloidea (corticale).

Nella Figura 1 viene riportato il “Circuito della Paura” di LeDoux (1995).

Fig.1 Il circuito della paura (LeDoux, 1995)

 

La via breve ipotalamo-amigdala è veloce e automatica. In questa via gli organi di senso (occhi, orecchie, lingua, ecc.) traducono le percezioni e gli stimoli esterni in impulsi elettrici.
Queste informazioni sono convogliate al nostro cervello, in particolar modo al Talamo, prima tappa per l’elaborazione dell’informazione e, successivamente, all’Amigdala per una seconda elaborazione.

Da qui, nuovi impulsi elettrici comunicano agli organi effettori (polmoni, muscoli, cuore, ecc.) per l’attivazione della reazione emotiva e delle risposte che l’organismo mette in atto per fronteggiare la minaccia. L’attivazione di questa via ci spiega perché di fronte a stimoli che noi percepiamo come minacciosi agiamo una risposta istintiva, emotiva, priva di elaborazioni più articolate che, invece, potrebbero essere svolte dalla corteccia.
Questo sistema è importante a livello evoluzionistico, perché ha permesso comportamenti di attacco-fuga, assicurando la sopravvivenza dell’individuo (LeDoux, 1995).

La via più lunga cortico-amigdaloidea è invece più lenta e implica una più accurata valutazione del potenziale pericolo a livello corticale.
Come nella via breve, anche nella via lunga le informazioni sensoriali arrivano al Talamo, da qui, poi, all’Ippocampo e alla Corteccia Prefrontale.
L’ippocampo riveste un ruolo importante nel compiere raffronti con le nostre esperienze passate ed è in grado di fornire informazioni sul nostro contesto.
La corteccia Prefrontale, invece, rappresenta una sorta di sistema di regolazione delle emozioni automatiche della paura.
Qui vengono integrate tutte le informazioni sensoriali, emozionali, culturali e personali per calibrare un piano d’azione appropriato ai bisogni e al contesto sperimentato.
Dalla corteccia, poi, gli impulsi sono inviati alle amigdale e da qui agli organi effettori che provvederanno alla reazione fisiologica dell’organismo.

 

I fattori di mantenimento del disturbo di panico

Molte sensazioni psico-fisiche legate all’ansia sono interpretate come pericolose e minacciose (Gragnani et al., 2011) e possono causare dei comportamenti protettivi, volti a limitare le conseguenze temute.

Durante un attacco di panico un lieve capogiro può essere visto, ad esempio, come un imminente svenimento e può indurre la persona ad appoggiarsi al muro e richiedere aiuto, oppure l’aumento del battito cardiaco durante l’esposizione in pubblico può essere associato a un infarto e l’evitamento di questa situazione può ridurre l’ansia nel soggetto.
Secondo Clark e Salkovskis (2009) l’individuo ansioso mette in atto una serie di comportamenti protettivi, che hanno un effetto di evitamento dell’ansia.
Questi comportamenti sono attuati prima o durante la percezione del disagio psicologico o di un attacco di panico e limitano le conseguenze temute, come la paura di morire o di svenire.

Tra questi ricordiamo:

  • La fuga: l’individuo scappa da situazioni o luoghi non appena percepisce i primi segnali di attivazione dell’ansia, con lo scopo di prevenire la catastrofe temuta
  • L’evitamento: sottrarsi da ciò che si teme, dona sollievo momentaneo, per cui l’individuo evita situazioni o luoghi che potrebbero attivare il panico
  • La distrazione: è un evitamento cognitivo dell’ansia, se una persona teme l’insorgenza di un attacco di panico può decidere di attivarsi in azioni o pensieri distraenti per non notare i sintomi sopraggiunti.

I comportamenti più attuati dai soggetti per far cessare un attacco di panico sono la fuga o l’evitamento, poiché entrambi mettono in moto l’organismo, e le risorse della persona vengono veicolate nell’atto motorio in sé.
Tuttavia, queste strategie di evitamento riducono l’ansia nel breve termine ma alla lunga possono creare problemi peggiori.

 

Il trattamento e a chi posso rivolgermi

Il trattamento elettivo per il Disturbo di Panico è la Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale, efficace nella remissione dei sintomi e nel mantenimento dei risultati ottenuti, anche nel follow-up (Gragnani et al., 2011).

La Terapia Cognitivo Comportamentale è basata su un modello che ipotizza che il disturbo si affronta attraverso un cambiamento cognitivo (imparando a modificare i pensieri disfunzionali), un cambiamento fisico (imparando a rilassarsi) e un cambiamento comportamentale (imparando a esporsi alle situazioni temute) (Beck, 2013).

Le tecniche comportamentali mirano all’interruzione dei comportamenti di evitamento, tra queste ricordiamo la Tecnica di esposizione in vivo e di esposizione enterocettiva.
Con queste tecniche il soggetto acquisisce maggiore consapevolezza delle sensazioni temute, sperimentando con il comportamento l’innocuità e la transitorietà delle sensazioni psico-fisiche.

Le tecniche cognitive, invece, mirano alla modifica dei pensieri cognitivi disfunzionali che innescano l’attacco di panico. In particolare, si aiuta il paziente a distanziarsi dalle sue aspettative, convinzioni, immagini e ossessioni patologiche per affrontare le situazioni temute (Gragnani et al., 2011).

Infine, per supportare il paziente a regolare l’attivazione emotiva e fisiologica, possono essere utili tecniche di respirazione diaframmatica, tecniche immaginative e di rilassamento progressivo (Rovetto, 2003).

Anche il trattamento farmacologico può aiutare nella terapia del Disturbo di Panico per ridurre, in particolare, l’intensità ansiogena.
Tuttavia, se non abbinato all’intervento citato potrebbe risultare fallimentare o esporre l’individuo a delle importanti ricadute.

 

Le sedi a cui rivolgersi per il trattamento degli attacchi di panico:

Roma:
Telefono: 06/69365736
Cellulare: 345/5585599
Email: info.roma@istitutosantachiara.it
Indirizzo: via Properzio, 6 – Roma

Lecce:
Telefono: 0832/348383
Cellulare: 393/9102469
Email: riabilitazionelecce@istitutosantachiara.it
Indirizzo: Via Campania, 5 – Lecce

 

Bibliografia

American Psychiatric Association – APA. (2013). Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali –  Quinta Edizione. (DSM-5). Edizione italiana a cura di Massimo Bioni, Raffaello Cortina Editore

Beck J.S. La terapia cognitivo-comportamentale. (2013). Casa Editrice Astrolabio

Clark D.M., Salkovkis P.M. (2009). Panic Disorder. Manual for improving access to psychological therapy high intensity CBT therapists. 1-88

Debiec J, LeDoux J. (2004). Fear. Social research. Vol 71 (4), 807- 818

Gragnani, A, Paradisi, G. & Mancini, F. (2011). Un modello cognitivo del Disturbo del disturbo di panico e dell’agorafobia: Aspetti psicopatologici e trattamento. Psicobiettivo, Vol 31 (3), 36-54

LeDoux J.E., (1995). Emotion: clues from the brain. Annual Review of Psychology. 46, 209-235

LeDoux J.E., (2003). The Emotional Brain, Fear, and the Amygdala. Cellular and Molecular Neurobiology, 23, 727-738

LeDoux J.E. (2015). Anxious: Using the brain to understand and treat fear and anxiety. Penguin

Montano A., Borzì R. L’ansia e il disturbo da attacchi di panico. Modulo 1. Istituto A.T. Beck

Rovetto F. (2003). Panico. Origini, dinamiche e terapie. Milano: McGraw-Hill

Sassaroli S., Lorenzini R., Ruggiero G.M. (2006). Psicoterapia cognitiva dell’ansia. Raffaello Cortina Editore

Torta R., Caldera P., Carbonatto P. (2008). Che cose è l’ansia: basi biologiche e correlazioni cliniche. Disease Management, Società Italiana di Medicina Generale. Pacini Editore, 1-56