di Serena Trevisi


 

Il bambino può essere paragonato a un piccolo scienziato sociale che impara a conoscere gli altri grazie alle informazioni che estrae dal mondo esterno e che elabora, formulando delle vere e proprie “teorie” sul funzionamento degli stati mentali altrui. La costruzione della conoscenza sociale si sviluppa all’interno di contesti che permettono la partecipazione del bambino ad un sistema relazionale e comunicativo via via sempre più complesso (Baron-Cohen, 1995).

 

Cos’è la teoria della mente?

Quando parliamo di conoscenza dell’altro ci riferiamo alla Teoria della Mente.

Possedere una teoria della mente significa essere in grado di attribuire stati mentali, cioè sentimenti, pensieri, credenze e desideri a se stessi e agli altri al fine di prevedere il proprio e l’altrui comportamento (Premack, Woodruff, 1978).

La capacità di mentalizzare presuppone l’abilità di interpretare situazioni ambigue, di distinguere gli scherzi dalle bugie, di comprendere le false credenze (lui pensa che l’altro pensi), di cogliere le situazioni sulla base delle emozioni fondamentali di felicità, rabbia, tristezza e paura. Essa permette, inoltre, di comprendere stati mentali più profondi come la metafora, il fraintendimento e l’ironia e di ricorrere agli stati mentali per spiegare le reazioni emotive delle persone.

È grazie a queste capacità che noi siamo in grado di comunicare con i nostri simili, di provare empatia, di immaginare il punto di vista dell’altro.

 

Come si sviluppa nel bambino?

La Teoria della Mente è un’abilità evolutiva che consente di acquisire gradualmente le competenze necessarie a comprendere l’altro come soggetto dotato di stati mentali diversi dai propri (Baron-Cohen, 1995). Già a partire dai primi mesi di vita il bambino conosce il mondo attraverso i cosidetti “precursori” della Teoria della Mente, essi sono:

  • Imitazione precoce che compare intorno ai 5 mesi di vita del bambino, il quale cerca di riprodurre le espressioni facciali dell’adulto e successivamente le azioni più complesse per comprendere il funzionamento degli oggetti; l’interazione somiglia a una “danza conversazionale” caratterizzata da sincronia, alternanza di turni e sintonizzazione affettiva (Meltzoff, 1993);
  • Attenzione condivisa che compare intorno ai 7-9 mesi dove l’adulto e il bambino sono orientati sullo stesso oggetto o evento partecipando a uno scambio comunicativo (Hobson, 1990);
  • Gesto di indicare inteso sia come richiesta di un oggetto desiderato, abilità che compare intorno ai 9 mesi, che come gesto con funzione dichiarativa volto a condividere con l’adulto l’interesse su un oggetto o evento esterno (Bates, Camaioni & Volterra, 1975; Camaioni, 2001);
  • Gioco simbolico o di finzione, che compare tra i 18 e i 24 mesi di vita, è indicativo della capacità del bambino di costruirsi mentalmente una realtà attraverso l’utilizzo di un oggetto per rappresentarne un altro con diverse caratteristiche e funzioni (Leslie, 1987), come ad esempio far volare una penna come se fosse un aereo;
  • Percezione visiva (Flavell, 1988) che compare tra i 24 e i 30 mesi, consente al bambino di comprendere che un oggetto può essere percepito da lui, ma non da altri.

 

Le basi neurobiologiche della teoria della mente

Da alcuni studi (Dalsant e coll., 2015; Rizzolatti, 2006) sembrerebbe che molti animali abbiano meccanismi cerebrali connessi alla Teoria della mente.
Il cervello sociale è molto antico, e probabilmente si possono trovare dei “precursori” della capacità di mentalizzare.
Il neuroscienziato italiano Rizzolatti e collaboratori (2006) hanno osservato che alcuni neuroni nel cervello delle scimmie si attivano non solo afferrano un oggetto, ma anche quando vedono qualcun altro afferrarlo nello stesso modo.

Anche il cervello umano possiede i cosìdetti “neuroni specchio”, per cui si è ipotizzato che queste cellule siano i precursori della Teoria della Mente. Infatti, l’imitazione delle azioni degli altri potrebbe essersi evoluta nell’abilità di simulare gli stati mentali altrui, ciò ci permette di entrare in empatia e di capire che c’è differenza tra ciò che proviamo noi e ciò che provano le altre persone.

 

La teoria della mente nel disturbo dello spettro autistico

Una delle caratteristiche tipiche del Disturbo dello Spettro Autistico riguarda l’incapacità di comprendere i pensieri e i sentimenti degli altri, cioè, manca nella vita quotidiana della persona autistica, una Teoria della mente. ll Disturbo dello Spettro Autistico è un disturbo del neurosviluppo a insorgenza precoce caratterizzato da difficoltà nell’interazione e comunicazione sociale e dalla presenza di interessi ristretti e comportamenti ripetitivi e stereotipati (APA, 2013). L’ipotesi della cecità mentale (Baron-Cohen, 1995) è in grado di spiegare molte difficoltà sociali e comunicative dell’autismo.

Lo sviluppo tipico del bambino prevede l’apprendimento di nozioni specifiche sul mondo e ciò avviene in quanto il suo cervello è capace di costruire delle copie, delle rappresentazioni di persone, cose o eventi. Il bambino separa mentalmente la realtà dalla finzione, comprende ad esempio che la sua mamma sta pensando alla banana come se fosse un telefono. Attraverso il distacco infatti, le rappresentazioni sono libere di essere pensate per se stesse e si può giocare con loro attraverso l’immaginazione. Il bambino con Disturbo dello Spettro Autistico, invece, non è in grado di costruire delle rappresentazioni di ciò che l’interlocutore ha intenzione di comunicare, di staccarle dalla realtà e di attribuirle ai desideri, pensieri e credenze di una persona. Nell’autismo, l’incapacità di mentalizzare può essere dovuta a un difetto nel meccanismo di distacco dalla realtà, e questo porterebbe a un’incapacità di apprendere il concetto degli stati mentali in modo normale.

 

Le strategie di intervento

La capacità di “leggere” gli stati mentali degli altri può essere, almeno in parte, insegnata. L’approccio terapeutico prevede, la programmazione di un intervento basato sul riconoscimento delle emozioni, partendo dal riconoscimento delle espressioni del viso fino all’identificazione di emozioni legate a particolari situazioni, desideri o opinioni (Celi F.,2002) L’obiettivo è giungere alla consapevolezza che anche gli altri, come noi, possono avere credenze vere o false a seconda del punto di vista che assumono.

 

Conclusione

La capacità di riflettere sui nostri pensieri e su quelli altrui è di cruciale importanza per l’interazione umana, la comunicazione e la socializzazione.

Pertanto, l’ipotesi della Teoria della Mente ha un ruolo essenziale nella diagnosi e nella terapia del Disturbo dello Spettro Autistico.

 

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Bibliografia

American Psychiatric Association – APA. (2013). Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali – Quinta Edizione. (DSM-5). Edizione italiana a cura di Massimo Bioni, Raffaello Cortina Editore.

Baron-Cohen, S. (1995) L’autismo e la lettura della mente. Tr. It. Roma: Astrolabio.

Bates, E., Camaioni, L., & Volterra, V. (1975). The acquisition of performatives prior to speech. Merrill-Palmer Quarterly of Behavior and Development, 205-226.

Camaioni, L. (2001). Il contributo della teoria della mente alla comprensione dello sviluppo umano. Giornale italiano di psicologia. 28(3), 455-476.

Celi F.,  (2002) Psicopatologia dello sviluppo, Storie di bambini. Milano, McGraw-Hill

Dalsant A., Truzzi A., Setoh P., Esposito G. (2015) Empatia e Teoria della Mente: un unico meccanismo cognitivo, Rivista Internazionale di Filosofia e Psicologia Vol. 6, n. 2, pp. 245-248

Flavell, J.H. (1988). The development of children’s knowledge about the mind: From cognitive connections to mental representations. Developing Theories of Mind, 244-267.

Hobson, R.P. (1990a). On acquiring knowledge about people and the capacity to pretend: Response to Leslie. Psychological Review, 114-121.

Leslie, A.M. (1987). Pretense and representation: The origins of “theory of mind.”. Psychological Review, 94 (4), 412-426.

Meltzoff, A. (1993). The role of imitation in understanding persons and developing theory of mind. Understanding other minds: Perspectives from autism, 335-366.

Premack D., & Woodruff, G. (1978). Does the chimpanzee have a theory of mind? Behavioral and Brain Sciences,1(4) 515–526.

Rizzolatti G.,Sinigaglia C., (2006) So quel che fai, Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Milano, Raffaello Cortina Editore