di Alice Montanaro


Il termine ortoressia, derivante dal greco orthos (corretto) e orexis (appetito), indica la fissazione psicologica nei confronti di una alimentazione sana, accompagnata da regole alimentari rigide e inflessibili, selettività alimentare e talvolta da disprezzo nei confronti di chi non mangia allo stesso modo.

Il nome è stato introdotto nel 1997 da Steven Bratman, medico americano specializzato in medicina alternativa, che diagnosticò il problema proprio su sé stesso. Egli infatti si rese conto della presenza di alcuni comportamenti alimentari estremi che non avevano tanto a che fare con la messa in atto di un programma alimentare dietetico finalizzato alla perdita di peso/aumento di massa/ ricomposizione corporea, quanto con la necessità di ingerire alimenti ritenuti puri e “buoni” (Dunn & Bratman, 2016).

Va sottolineato che il desiderio di mangiar sano così come la pratica di una buona alimentazione non rappresentano di per sé un disturbo.
Si parla di ortoressia nervosa (ON) quando l’attenzione per le caratteristiche nutritive e organolettiche del cibo diventa così forte da diventare ossessiva e da inficiare sulla qualità della vita di chi ne soffre.

Definizione clinica e criteri diagnostici

L’ortoressia nervosa attualmente non è riconosciuta come disturbo della nutrizione e dell’alimentazione; non è infatti inserita come condizione a sé nel DSM-5, ultima edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, dal momento che le sue manifestazioni cliniche sono disomogenee e non sono ancora stati definiti criteri diagnostici validati.
È invece collocata come specificazione del Disturbo Evitante/Restrittivo dell’assunzione del cibo, condizione in cui i cibi sono rigorosamente selezionati sulla base di specifiche caratteristiche (APA, 2013).

In realtà, la sintomatologia dell’Ortoressia Nervosa permetterebbe di affiancarla non solo ai Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), ma anche al Disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), dal momento che le persone con tale disturbo manifestano pensieri intrusivi e ricorrenti riguardanti non tanto la quantità quanto la qualità degli alimenti (Daneshmand, 2019). 

Nel corso degli anni, diversi autori hanno cercato di fornire criteri diagnostici distintivi per l’ortoressia nervosa.
Ad esempio quattro sono stati individuati da Moroze et al. (2014): preoccupazione ossessiva nei confronti dei cibi salutari; conseguente compromissione dello stato di salute e della qualità della vita; l’ON non si verifica in presenza di un DOC o schizofrenia e non è dovuta a pratiche religiose e/o problemi medici.

Bratman e Dunn (2017) invece ritengono che si possa diagnosticare l’ortoressia nervosa quando:

  • CRITERIO A: È presente una focalizzazione ossessiva sul cibo sano, selezionato sulla base di specifiche caratteristiche. Sono messi in atto comportamenti compulsivi atti a promuovere una condizione ideale di salute. La violazione di queste norme alimentari auto-imposte può provocare senso di colpa, vergogna, ansia accompagnate da sensazioni fisiche negative. Le restrizioni e la selettività alimentare aumentano nel tempo e possono portare ad eliminare intere categorie di alimenti e/o macronutrienti (es. alimentazione priva di carboidrati). Può verificarsi perdita di peso come conseguenza delle scelte dietetiche, ma che tuttavia non rappresenta l’obiettivo principale.
  • CRITERIO B: Le continue preoccupazioni alimentari possono condurre a malnutrizione, distress e compromissione del funzionamento sociale, perfezionismo clinico e dipendenza dell’immagine corporea ed autostima dalla capacità di seguire le norme alimentari selezionate.

Secondo gli autori, all’analisi clinica deve risultare evidente che la persona non stia semplicemente seguendo uno stile di vita sano, ma presenti una fissazione patologica per un’alimentazione pura così forte da diventare una gabbia da cui è sempre più difficile evadere. La persona con ON può infatti spendere più di 3-4 ore al giorno a pianificare quali alimenti ingerire, anche inserendo su app. apposite (es. myfitnesspal) il programma alimentare giornaliero al fine di monitorarne la composizione di micro e macronutrienti. I cibi ritenuti dannosi sono prontamente eliminati (la persona può arrivare ed evitare interi compartimenti al supermercato); l’individuo ortoressico può spendere gran parte della giornata a pensare al cibo o a come sfuggire a situazioni in cui sono presenti “alimenti cattivi”, con gravi ripercussioni sulla vita personale, sociale e lavorativa. Una deviazione dalla tabella di marcia può innescare irritabilità, umore depresso e colpa, portando talvolta ad irrigidire ancora di più il programma alimentare (es. se una persona che evita glutine va a cena fuori e mangia alimenti che lo contengono, per “punizione” può decidere di eliminare completamente i carboidrati per un dato lasso di tempo al fine di purificare il proprio organismo) (Oberle et al., 2019).

L’isolamento sociale è una delle conseguenze più disastrose dell’Ortoressia Nervosa.
I momenti di socialità vengono attivamente evitati o vissuti con ansia; è come se tutta la salute dipendesse dal cibo, per cui paradossalmente quei comportamenti alimentari che dovrebbero rendere la vita più piacevole e degna di essere vissuta, allontanano dal benessere fisico e mentale per cui la persona arriva a perdere il senso di condivisione, reciprocità, appartenenza.

Chi soffre di Ortoressia esperisce un vero e proprio fanatismo alimentare, per cui viene evitato il confronto con medici ed esperti del settore, spesso considerati ignoranti o non aggiornati.

L’ortoressia nervosa può talvolta comparire in concomitanza ad altre manifestazioni cliniche rilevanti come perfezionismo clinico, disturbi dell’immagine corporea, esercizio fisico eccessivo e fobie specifiche (Zickgraf et al, 2019).

Incidenza in Italia e strumenti diagnostici

Secondo i dati forniti dal Ministero della Salute, in Italia circa 300.000 persone soffrirebbero di ortoressia nervosa con una incidenza maggiore tra gli uomini rispetto alle donne. Può manifestarsi in concomitanza alla vigoressia, intesa come preoccupazione ossessiva di non avere abbastanza muscoli (Cinosi et al, 2015).

Per quanto riguarda gli strumenti d’indagine, oltre al colloquio clinico e ai test specifici per i DCA, per le fobie specifiche e i sintomi ossessivi, possono essere utilizzati questionari ad hoc come il BOT (Bratman Orthorexia Test; Bartman et al., 2000), composto da dieci domande con risposta dicotomica (SI/NO). Un altro test particolarmente diffuso è l’ORTHO-15 (Donini et al., 2005), tra l’altro validato in diverse lingue.

Cause e trattamento

L’eziopatogenesi dell’ortoressia è multifattoriale, ovvero più fattori biologici, genetici, psicologici e sociali interagiscono tra di loro determinando l’insorgenza del disturbo. Ad esempio, la presenza di famiglie controllanti, l’appartenenza alla cultura occidentale, la pratica di determinati tipi di sport (es. bodybuilding) possono rappresentare importanti fattori di rischio (McComb et al., 2019).

Il trattamento dell’ortoressia nervosa è multidisciplinare e multi-integrato, infatti psicoterapeuti, medici, nutrizionisti e personal trainers collaborano per la cura del disturbo.

Dal punto di vista psicologico, la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) risulta ad oggi essere la forma di trattamento elitario per l’ortoressia nervosa, come dimostrato da varie evidenze scientifiche (es. Koven et al., 2015).
Le persone con Ortoressia manifestano spesso pensieri irrazionali e inflessibili nei confronti dell’alimentazione (es. “se non seguo una alimentazione perfetta, allora sono un fallito”), dietro cui si celano convinzioni e credenze profonde che non hanno a che fare con il cibo, ma con il senso di sé.
La CBT si pone lo scopo di individuare tali credenze e di effettuare una vera e propria ristrutturazione cognitiva, al fine di sostituire modalità di pensiero disfunzionali con forme più adeguate, flessibili ed adattive.

Dove effettuare terapia cognitivo-comportamentale:

Bibliografia

American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). 

Bratman, S. (2017). Orthorexia vs. theories of healthy eating.

Bratman, S., & Knight, D. (2000). Health food junkies: overcoming the obsession with healthful eating. Broadway Books.

Cinosi, E., Matarazzo, I., Marini, S., Acciavatti, T., Lupi, M., Corbo, M., … & Di Giannantonio, M. (2015). Prevalence of orthorexia nervosa in a population of young Italian adults. European Psychiatry30(S1), 1-1.

DANESHMAND, S. N. (2019). Studio ORTODOC: analisi dell’associazione tra disturbi ossessivo-compulsivi e ortoressia.

Dunn, T. M., & Bratman, S. (2016). On orthorexia nervosa: A review of the literature and proposed diagnostic criteria. Eating behaviors21, 11-17.

Koven, N. S., & Abry, A. W. (2015). The clinical basis of orthorexia nervosa: emerging perspectives. Neuropsychiatric disease and treatment11, 385.

McComb, S. E., & Mills, J. S. (2019). Orthorexia nervosa: A review of psychosocial risk factors. Appetite140, 50-75.

Moroze, R. M., Dunn, T. M., Holland, C., Yager, J., & Weintraub, P. (2014). Microthinking about micronutrients: a case of transition from obsessions about healthy eating to near-fatal” orthorexia nervosa” and proposed diagnostic criteria. Psychosomatics56(4), 397-403.

Oberle, C. D., Klare, D. L., & Patyk, K. C. (2019). Health beliefs, behaviors, and symptoms associated with orthorexia nervosa. Eating and Weight Disorders-Studies on Anorexia, Bulimia and Obesity24(3), 495-506.

Zickgraf, H. F., Ellis, J. M., & Essayli, J. H. (2019). Disentangling orthorexia nervosa from healthy eating and other eating disorder symptoms: Relationships with clinical impairment, comorbidity, and self-reported food choices. Appetite134, 40-49.