di Alice Montanaro


Cos’è il disturbo neurocognitivo minore e la sua diagnosi

Il disturbo neurocognitivo minore, anche noto come compromissione cognitiva lieve o mild cognitive impairment (MCI) rappresenta una condizione clinica caratterizzata da difficoltà in uno o più domini cognitivi, che sono maggiori rispetto a quelle che le persone di pari età e istruzione potrebbero manifestare, ma che non interferiscono con il funzionamento lavorativo o con le abituali attività quotidiane (Gauthier et al., 2006).
Nel DSM 5 (APA, 2013), il disturbo neurocognitivo minore gode di una categoria a sé stante ed è diagnosticato quando:

  1. Si osserva un modesto declino cognitivo rispetto a un precedente livello di prestazioni in uno o più domini cognitivi (attenzione, funzioni esecutive, apprendimento e memoria, linguaggio, funzione percettivo-motoria e cognizione sociale) che viene evidenziato:
    • Dalla persona che ne soffre o da chi se ne prende cura;
    • Da valutazione neuropsicologica standardizzata;
  2. I deficit cognitivi non interferiscono con il funzionamento personale, sociale e lavorativo dell’individuo;
  3. Le difficoltà non sono meglio spiegate da un delirium;
  4. I disturbi cognitivi non sono dovuti ad un’altra condizione mentale (es. depressione).

La diagnosi di disturbo neurocognitivo minore è effettuata da parte di un team multidisciplinare di professionisti sulla base dei risultati (Li et al., 2015):

  • Dei test ematochimici (ferro, glicemia, vitamine B12, folati, ecc.)
  • Dell’esame liquorale (es. proteina tau e amiloide-β42)
  • Dei test di neuroimmagine (soprattutto nei pazienti a rischio di malattie vascolari)
  • Dei test neuropsicologici standardizzati
  • Dell’osservazione clinica

Tra l’invecchiamento sano e la demenza: il mild cognitive impairment

L’invecchiamento sano è un processo biologico del tutto naturale che comincia a partire dai 30 anni di età e che prosegue per tutto l’arco della vita. Consiste in una serie di modificazioni progressive  e graduali delle capacità fisiche, delle funzioni fisiologiche e delle abilità cognitive, nell’invecchiamento patologico, invece, i processi di deterioramento sono più rapidi e repentini (Salthouse, 2011), come nel caso della demenza o disturbo neurocognitivo maggiore, tra le cui forme ben nota è la Malattia di Alzheimer (DMS 5; APA, 2013).

Al confine tra l’invecchiamento sano e la demenza vi è il Mild Cognitive Impairment (Petersen, 2004) che prevede la compromissione di uno o più domini cognitivi; questo non interferisce con il normale svolgimento delle attività quotidiane.

La persona con disturbo neurocognitivo minore potrebbe lamentare di non riuscire a ricordare la lista della spesa, di non riuscire a mantenere l’attenzione nel tempo durante la visione di un film, di non riuscire ad organizzare il proprio lavoro o di avere difficoltà a richiamare a mente termini complessi.
Queste difficoltà possono talvolta essere normalizzate da chi ne soffre (es. “tutti gli anziani si dimenticano le cose”), sebbene possano allo stesso modo provocare imbarazzo, ansia o vergogna con il rischio di sfociare in una vera e propria crisi depressiva (De Francesco et al., 2009).
La lieve compromissione cognitiva non va trascurata, non solo per le difficoltà emotive e il disagio psicologico che può determinare in che soffre, ma anche perché in alcuni pazienti può evolvere in quadri dementigeni veri e propri (Panza et al, 2010).

Prevalenza e fattori di rischio del disturbo neurocognitivo minore

La prevalenza del disturbo neurocognitivo minore varia dal 3 al 10% della popolazione generale (Zeisel et al., 2020).
In Italia si riscontra nel 19% delle persone con età maggiore di 65 anni e nel 46% dei casi si trasforma entro tre anni in demenza vera e propria. Il 15% dei pazienti MCI, invece, torna a una condizione di normalità dopo un anno.
Le probabilità di regressione aumentano se il problema è diagnosticato nelle fasi iniziali di malattia e se quindi viene attuato un intervento strutturato. Per tale ragione, è sempre bene effettuare screening delle funzioni cognitive mediante test neuropsicologici standardizzati in persone con età maggiore di 65 e che presentino i concomitanti fattori di rischio (Tervo et al., 2004):

  • predisposizione genetica (es. presenza in famiglia di casi di deterioramento cognitivo)
  • diabete
  • fumo
  • depressione o altre malattie psichiatriche
  • ipertensione
  • alti livelli di colesterolo nel sangue
  • sedentarietà
  • isolamento sociale
  • scarsa riserva cognitiva (le persone con maggiori livelli di istruzione, soddisfatte della propria vita e che allenano costantemente le proprie funzioni cognitive hanno in media un minor rischio di sviluppare demenza).

Prospettive di intervento del disturbo neurocognitivo minore

Per il trattamento del deterioramento cognitivo lieve è possibile affidarsi a interventi strutturati indirizzati alle funzioni cognitive ed emotive, in particolare:

  • Programmi di stimolazione cognitiva: si tratta di interventi che mirano a potenziare le abilità cognitive e sociali attraverso percorsi individuali e/o di gruppo senza utilizzare tecniche specifiche.
  • Training cognitivi, ovvero compiti specifici utilizzati al fine di potenziare le abilità preservate, migliorare quelle risultate deficitarie alla valutazione neuropsicologica o apprenderne delle nuove. (Pupillo et al., 2019).
  • Mindfulness: pratiche di meditazione che si pongono l’obiettivo di aiutare il paziente ad accettare anche le emozioni negative senza anticipare ciò che accadrà in futuro (Wong, 2016).
  • Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale: aiuta il paziente ad identificare i propri pensieri disfunzionali (es. “svilupperò sicuramente l’Alzheimer in poco tempo”) e a sostituirli con processi di pensiero più adattivi (es. “Il mio problema potrebbe progredire in una demenza, ma posso provare a contrastarlo svolgendo compiti neurocognitivi e cambiando la mia vita. Se questo dovesse avvenire, lo affronterò quando sarà il momento”). L’obiettivo è quello di effettuare una vera e propria ristrutturazione cognitiva che modifichi non soltanto gli stati mentali, ma anche le componenti emotive e comportamentali (Huckans et al., 2013).
  • Esercizio fisico e alimentazione controllata: studi longitudinali (es. Nuzurn et al., 2020) dimostrano come le persone con MCI che svolgono costante attività fisica e che seguono una dieta sana e bilanciata hanno meno probabilità di sviluppare demenza rispetto a coloro che mantengono una vita sedentaria.

Conclusioni

In conclusione, il deterioramento cognitivo lieve o mild cognitive impairment è una condizione clinica caratterizzata da un moderato declino cognitivo che non interferisce con lo svolgimento delle attività quotidiane. Può evolvere in demenza, di cui rappresenta un importante fattore di rischio, ma se adeguatamente trattata, può anche regredire.
Si tratta di una patologia particolarmente complessa ed eterogenea, che necessita l’intervento di un team multidisciplinare che strutturi un percorso riabilitativo altamente individualizzato.

A chi rivolgersi per il trattamento del disturbo neurocognitivo minore

Teleriabilitazione

Presso Istituto Santa Chiara è attivo il servizio di teleriabilitazione dedicato sia ai pazienti in età evolutiva che a quelli adulti.
I pazienti potranno avere a disposizione i professionisti, comodamente e ovunque, senza incidere sulla qualità della terapia, che verrà rimodulata e proposta online, caso per caso.

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Bibliografia

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